ROMA

I detenuti di Rebibbia e la birra artigianale: «La nostra seconda possibilità»

Giovedì 26 Gennaio 2017 di Raffaele Nappi
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Una birra per ricominciare. Una birra per sentirsi più liberi. Una birra per una seconda possibilità. Nasce così il marchio Vale la pena, un birrificio curato direttamente da 9 detenuti del carcere di Rebibbia, con birre artigianali prodotte, confezionate e vendute dagli stessi reclusi. Tutto è nato nel 2012 grazie all’impegno e alla buona volontà di un gruppo di fisioterapisti. «Abbiamo conosciuto il mondo della detenzione attraverso la nostra esperienza professionale – racconta Paolo Strano, responsabile del progetto – Abbiamo incontrato persone con talento e potenzialità inespresse: per questo ci siamo impegnati a fare qualcosa per loro». La Onlus si chiama Semi di libertà e ha l’obiettivo, tra gli altri, di ridurre il fenomeno delle recidive. «Volevamo dare ai detenuti la possibilità di non tornare più in carcere, coinvolgendoli in un progetto di lavoro».

 

LA STORIA - Perché proprio la birra? In primis «perché è un settore in crescita – spiega Paolo – ma anche perché ci dava la possibilità di rivolgerci direttamente ai giovani, coinvolgendoli nel nostro progetto». I 9 detenuti hanno svolto una formazione di 16 mesi nei locali dell’istituto Sereni, appena fuori il raccordo anulare. Il progetto è stato finanziato dal Ministero dell’Istruzione e dal Ministero della Giustizia, che ha co-finanziato la start-up iniziale. I 9 detenuti, di cui 3 donne e 2 di nazionalità straniera, hanno lavorato nell’impianto della scuola, affidato all’associazione in comodato d’uso. «Al mattino i detenuti uscivano dal carcere di Rebibbia – spiega il responsabile – per poi ritornare il pomeriggio». Tutto, secondo l’art. 21 dell’ordinamento penitenziario, che ammette i detenuti al lavoro esterno. Un percorso che, se sostenuto, può portare il detenuto alla semi-libertà, ma anche all’affidamento. Uno di loro, infatti, è stato assunto dalla Onlus Semi di libertà e oggi dorme a casa con la sua famiglia, anche se deve scontare ancora un anno di pena.

I RICONOSCIMENTI - L’iniziativa ha coinvolto anche gli stessi studenti, che si sono resi protagonisti di un percorso di consumo alcolico responsabile. In più, hanno collaborato anche ragazzi diversamente abili, occupandosi dell’etichettatura delle birre. Dopo varie perizie burocratiche, «da inizio anno il birrificio ha ripreso la produzione a ritmi elevati», continua Paolo. La storia del marchio Vale la Pena è arrivata fino a Bruxelles, dove Paolo e compagni hanno raccontato l’esperienza in occasione della premiazione di un contest internazionale patrocinato proprio dalla Commissione Europea. A Piede Libero, Drago’n Cella, ma anche Chiave de Cioccolata, Sèntite Libbero, Le(g)Ale. Sono solo alcuni, questi, dei nomi dati alle birre. E a breve ne uscirà una tutta nuova: la ricetta è già pronta. In più, sta nascendo una collaborazione con l’impresa sociale olandese De Prael, che produce birra includendo anche detenuti e soggetti svantaggiati: «Faremo diverse birre insieme – conclude Strano – La prima la realizzeremo a Roma, la seconda ad Amsterdam». L’obiettivo per il 2017 è quello di aprire un punto di mescita in città per poter assumere un maggior numero di detenuti. Ma è già allo studio l’idea di replicare il progetto su altre città italiane. Stavolta ne vale davvero la pena. 

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