La sfida delle scuole calcio: allenare anche i genitori

Domenica 29 Settembre 2019 di Mimmo Ferretti
Ci risiamo. Riparte in ogni angolo della Capitale la stagione delle Scuole Calcio e il ritornello (stonato) è sempre lo stesso. «Mi tocca allenare più i genitori che i ragazzini», dice sconsolato Ezio Sella, ex tecnico della Roma (e non solo), oggi istruttore di bambini dai 6-7 anni in su in una società di Roma Sud. La faccenda è chiara: ogni genitore è convinto che il proprio figlio sia un nuovo Totti e si comporta di conseguenza. Maledicendo tutto e tutti, in primis l’allenatore e poi gli altri genitori, se il piccolo fenomeno di casa fa la riserva e non gioca una partita oppure se la perde contro una squadra di coetanei. Per non parlare del trattamento che l’urlatore folle riserva all’arbitro, reo di ogni minima cosa contraria alla sua causa.

La maniera peggiore per educare il proprio figlio ai valori dello sport. O della vita, forse. Con la conseguenza di mortificare il piccolo, di non farlo vivere serenamente nel gruppo, di non farlo divertire. Perché si può andare ad imparare a giocare a pallone anche solo per la gioia di mettersi gli scarpini o la maglietta con il numero di Totti, non necessariamente per diventare un altro Totti. Detto così, sembra facile da capire. Eppure, alcuni genitori non lo vogliono capire.
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