Registi fai da te, il nostro viaggio tra orsi e debiti

Lunedì 9 Aprile 2018 di Maria Lombardi
(Foto di Fabio Lovino)
Olmo è l'omino rosso, Samuele il monaco meccanico. Partono per la Finlandia con l'idea di girare un film, così vestiti, senza nemmeno una storia. Bagaglio leggero: due macchine fotografiche reflex di quelle che fanno anche i video, un cavalletto. Niente luci e microfono, pesano troppo. La storia si scrive da sola, viaggiando: in un supermercato trovano l'orsacchiotto che diventerà il terzo protagonista, attraversano boschi, nebbia, campo di spaventapasseri senza vedere dove mettono i piedi scalzi, la tutina di Olmo non ha le fessure per gli occhi e la maschera di Samuele copre tutto il viso, incontrano per caso una bambina che dorme. Ed è proprio dal sogno della bimba che sonnecchia in auto che nascono I racconti dell'orso.

Il film visionario e fiabesco di Olmo Amato e Samuele Sestieri, un piccolo caso cinematografico: al festival di Torino in concorso, e poi al festival di Rotterdam, in Messico e Lituana. E adesso in tour per l'Italia. Bel finale per quella che era cominciata come un'avventura-scommessa. Budget minimo, crowdfunding, «abbiamo raccolto 5mila euro», tutti gli amici che fanno qualcosa per il film di Olmo e Samuele che a loro volta fanno per la prima volta i registi, i produttori, gli sceneggiatori, i montatori e gli interpreti.

Una favola nella favola.
Samuele: «Un film povero ma fortunato. È già un miracolo che siamo riusciti a tornare vivi dal viaggio. Giravamo con un van prestato. Siamo partiti solo con i vestiti, la maschera costruita da un amico e un foglietto di carta con alcuni appunti».

Perché l'omino rosso e il monaco meccanico?
Olmo: «Non siamo attori e dunque per interpretare il film dovevamo camuffarci. Pensavamo a due alieni in visita sulla terra, in un mondo svuotato, post-apocalittico. L'omino rosso è un personaggio alla Teletubbies uscito dal sogno di una bambina. Ha la tutina rossa solo perché cercavamo un contrasto cromatico con lo sfondo dei boschi. Il monaco è più solenne, in stile cyberpunk».

Poi si sono aggiunti l'orsetto e la bambina.
O. «Avevamo capito, durante il viaggio, che ci serviva un terzo personaggio. In un supermercato comprando del salmone abbiamo visto un orsetto di peluche. Eccolo, sarà lui l'altro protagonista. Solo che ne abbiamo comprato solo uno. E in una scena, durante il funerale con le candele, abbiamo rischiano di perderlo, si stava per bruciare. Samuele si è dovuto buttare nel lago per recuperarlo».
S. «L'incontro con la bambina è stato un caso. Nelle isole Åland dopo aver pedalato tanto ci siamo addormentati in un giardino. Il padrone di casa gentilmente ci ha svegliato e ci ha offerto un passaggio in macchina. Durante il viaggio, la figlia si è addormentata e io ho chiesto il permesso di fare le riprese. E immagini ci hanno ispirato il sogno della bambina».

Cosa facevate prima del film? Continuerete con il cinema?
O: «Io sono laureato in Neurobiologia. Ma appena ho finito, mi sono reso conto che i laboratori non facevano per me. Ho cominciato a fare il fotografo, come mio padre. E continuerò. Già ho esposto in diverse mostre. Magari concilierò le due cose, cinema e fotografia».
S: «Io studiavo filosofia, una volta uscito dall'accademia di cinema avevo voglia di staccare. Pensavo di fare un cortometraggio e ho proposto il viaggio in Finlandia a Olmo, siamo amici da tanto. Adesso ho un nuovo progetto, un film completamente diverso. Spero che Olmo farà la fotografia».

Mai litigato durante il viaggio?
«Tra di noi no, ci siamo ben sopportati per 40 giorni. Litigavamo con le zanzare».
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