Quella villa sempre di ambasciatori

Domenica 21 Gennaio 2018 di Fabio Isman
Bernardo Attolico (1880 - 1942) è stato uno tra i grandi ambasciatori italiani: a Rio de Janeiro, Mosca, Berlino e alla Santa Sede. In Russia e Germania, dal 1930 al 1940, ha giocato ruoli assai importanti. Re Vittorio Emanuele III lo nomina conte. Pure i figli Giacomo e Bartolomeo abbracciano poi, con successo, la carriera diplomatica, in cui l'ultimo Attolico è ora Pasquale, 35 anni. Stando a Mosca, Bernardo vuole una residenza romana confacente al suo stato. A Porta Latina, proprio davanti alla chiesa di San Giovanni, del V secolo e più volte restaurata fino al 1940, c'erano terreni confiscati al celebre imprenditore ed avvocato torinese Riccardo Gualino, il creatore della Lux cinema, della Snia, Mira Lanza e molto altro, divenuto inviso al duce.

Li compera l'ambasciatore: 11.500 metri quadrati, dove, in un ampio parco, nasce una villa elegantissima. Che, da una feluca all'altra, dal 1998 è residenza del rappresentante diplomatico giapponese a Roma: si vede che il destino era connaturato al luogo. Il solo peccato è che visitarla sia sempre stato possibile soltanto in casi straordinari.

TRENT'ANNI
Attolico rientra da Mosca allo scoppio della guerra. E si dedica alla nuova proprietà. Michele Busiri Vici (1849 - 1981) la progetta nei particolari: fino a mobili e camini, le maniglie e addirittura la cassetta per le lettere, ogni dettaglio e pianta del giardino, spiega Alberta Campitelli; le decorazioni, le pergole; suoi pure i muri di confine.
Le fatiche vanno avanti a lungo. L'ambasciatore muore nel '42, prosegue la vedova, contessa Eleonora Pietromarchi: 30 anni di lavori e completamenti, conclusi solo nel 1958. Una facciata assai «mossa» verso le Mura Aureliane; ma più lineare quella principale, dove s'aprono le rappresentanze; piscina e tennis; due piani e due ammezzati; un altro, seminterrato; pianta a L. Gli interni, ristrutturati a fine Anni 80: appunto per l'ambasciatore giapponese, da un'impresa famosa. Tante citazioni, da famose ville romane e dei dintorni. I progetti che restano, sono bellissimi; da un album del 1933, perché i committenti capiscano quanto il progettista intenderà fare, alle ultime minuzie in scala 1:1, cioè al vero. Nel parco, confini tra l'area produttiva e quella dello svago, l'orto e il relax.

MICHELE BUSIRI VICI
I Busiri Vici formano una genealogia di architetti: dal Seicento (un Beausire lo era della città di Parigi) in poi. Nel Settecento, un Andrea è allievo di Vanvitelli, nella cui tomba giace. Vengono quindi Carlo e Clemente (sue le chiese dei santi Bellarmino e Saturnino; la villa dei Gualino, a Torino); i fratelli Michele, attivissimo in Costa Smeralda, e Andrea. Poi, Saverio, amico di Le Corbusier e Aalto: vari edifici a Roma; e Giancarlo, figlio di Andrea. Che al padre ha dedicato un libro, curato da Alessandra Muntoni e Maria Luisa Neri (Campisano). Racconta Villa Attolico; ma pure lo sviluppo della Costa sarda, tra cui l'hotel Romazzino e la chiesa Stella Maris; il piano regolatore di Sabaudia, e le tante realizzazioni pontine; il Padiglione dell'Expo, a New York, nel 1939; i parchi e giardini all'Eur, per la mancata Esposizione del 1942; gli arredamenti del transatlantico Raffaello; i rinnovamenti urbani di Atene. Gli edifici a Vigna Stelluti, Parioli e Ponte Milvio. Pure la villa-castello ancora per i Gualino, 1928, in Liguria, a Sestri Levante.

TANTI EDIFICI
È un compendio esaustivo, di ben oltre 600 pagine. Tra le tante edificazioni romane, degne di rilievo, in via delle Terme Deciane, la villa per Angelo Gallizio; e la palazzina Bises a via di San Valentino. Altre ville a Sabaudia, sulle dune: per i Pecori Giraldi, Cavalletti Gaetani, Campello, Gaetani d'Aragona. Perfino il piano regolatore dell'isola di Mustique, nei Caraibi, e i negozi dei Baci Perugina. A Porto Cervo, l'architetto disegna, come è ovvio, la propria casa-studio: su un terreno donatogli da Karim Aga Khan; e quella dei Guinness attorno a un patio ovale, poi divenuta Magli. Ma la vicenda di Villa Attolico, che da un ambasciatore passa ad un altro, pur nipponico e non italiano, rappresenta certamente un «unicum». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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