Palazzo Borromeo, dimora dei pontefici e delle feluche

Domenica 18 Febbraio 2018 di Fabio Isman
Dai papi agli ambasciatori: si può sintetizzare così la vicenda di un edificio assai poco noto, anche per la qualità degli inquilini che ha posseduto, incompatibile con aperture continue. Avrebbero potuto definirlo la Casina di Pio IV, o Palazzo Colonna a Valle Giulia (anche loro l'hanno posseduto). Ma non sarebbe stato lo stesso. S'è preferito chiamarlo Borromeo, dal cognome dei nipoti cui Pio IV Medici di Marignano lo regala, ancora incompiuto, nel Cinquecento. La scelta è del 1929: perché l'edificio diviene, dopo un restauro ad opera dell'antiquario Ugo Jandolo, l'ambasciata italiana presso la Santa Sede.
Tuttavia, le sue radici risalgono a un altro papa, Giulio III Ciocchi del Monte: non lontano, aveva voluto anche la sua estiva Villa Giulia («l'ottava meraviglia del mondo» nell'Ottocento), ora il massimo museo etrusco. Il severo Paolo IV Carafa rivendica l'edificio alla Chiesa; poi va a Federico e Carlo Borromeo, nipoti di Pio IV.
LA FONTANA
Federico (non il porporato dei Promessi sposi) muore giovane; il fratello, pure cardinale, fa carriera. Il palazzo passa alla sorella Anna, sposata Colonna. Lo progetta Pirro Ligorio: per i nipoti, prevede due ali dell'edificio; una, mai finita. Segna il luogo un fontanone di Bartolomeo Ammannati, all'angolo tra le vie Flaminia e di Villa Giulia, che non era come oggi. Nel 1566, Filippo Colonna sostituisce, con una propria, l'epigrafe di Giulio III; nel 1750, Benedetto XVI Lambertini vi aggiunge il suo stemma. Da ioniche, colonne e lesene divengono corinzie; nelle nicchie, sparite le statue della Felicità e dell'Abbondanza; e inedita la parte sovrastante.
Nel Cinquecento, il portico antico è la base su cui edificare la cosiddetta palazzina di Pio IV. Di fronte, è un abbeveratoio: usa l'Acqua Vergine, quella di Fontana di Trevi. Il flusso è restituito da Federico Borromeo nel 1672. L'immobile è invece venduto, a inizio Ottocento, al cavalier Giuseppe Balestra, e nel 1920 all'antiquario Ugo Jandolo. Lo restaura e lo cede allo Stato, che nel 1929, ne fa l'ambasciata. Prima feluca a occuparlo, nel segno degli appena firmati Patti Lateranensi, Cesare Maria De Vecchi, conte di Val Cismon, quadrumviro nella marcia su Roma, e molto altro ancora: proprio lui suggerisce la destinazione del palazzo.
Un libro di Daria Borghese ne descrive l'abbandono, dopo gli ultimi proprietari privati; e la resurrezione, iniziata quando Jandolo vi pone la propria Galleria. Sul luogo dell'ala incompiuta nasce un nuovo edificio: la residenza dell'ambasciatore.

GLI INTERNI
Nella palazzina, certo indegna del diminutivo, affreschi e stucchi eseguiti per Pio IV e Marcantonio II Colonna, la famiglia che per due secoli possiede il sito. La loggia ha un ciclo di sei riquadri dipinti, con il Toson d'oro, di cui Marcantonio era insignito. Per ricostruire l'immobile, Jandolo si rifà a un rilievo di Paul Letarouilly: francese che nell'Ottocento disegna gran parte degli edifici di Roma. Al recupero, nel 1929, si lavora anche di notte. Rimodernato pure il giardino: una nuova fontana e dieci panchine in marmo. Oltre a varie copie d'importanti dipinti (Tiziano, Andrea del Sarto ecc.), ce n'è uno bello di Benvenuto Tisi, il Garofalo, l'Adorazione dei pastori. Con busti e marmi antichi e successivi; ritratti dei Savoia; arazzi pregiati, in saloni assolutamente degni della funzione attribuita al palazzo.

Jandolo voleva venderlo con l'arredamento, ma non accadde: solo alcuni mobili erano già suoi. E altro, come il Garofalo («eseguito gratis per le Clarisse di Ferrara», scrive il pittore firmando l'opera, ceduta nel 1792) arriva in concessione: dalla Galleria Spada; da quella d'Arte antica di Roma (non ancora Palazzo Barberini, ma quello Corsini); e da Firenze, come la pregevole serie di sei arazzi medicei. È forse l'unica Ambasciata in cui si respira ancora, abbondante, l'aria dei papi che l'hanno creata, e dei «vip» che l'hanno posseduta.
  Ultimo aggiornamento: 20 Febbraio, 15:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA

LE VOCI DEL MESSAGGERO

Le case sequestrate ai Casamonica, tra fiction e realtà

Colloquio di Alvaro Moretti e Ernesto Menicucci