Quella chiesa dei profughi antichi

Domenica 17 Settembre 2017 di Fabio Isman
La terra d'origine non si scorda mai, e gli immigrati, a Roma, sono sempre esistiti: lo mostra una chiesa all'angolo tra via Tomacelli e largo San Rocco, che, ancora oggi, è quella nazionale dei Croati, intitolata a San Gerolamo, detto già degli Illirici o degli Schiavoni. Ha un passato interessante da raccontare. In origine, dal Trecento era la sede dei profughi sfuggiti ai Turchi, appunto dall'Illiria e Schiavonia, le parti più occidentali della penisola balcanica. Chissà se avevano i documenti in regola. Nel 1435, Niccolò V Parentucelli concede loro di istituire una congregazione, un ospedale e ospizio, nel nome di Girolamo de' Potonia, cioè proprio di quella zona. C'era pure «un serraglio per habitazione delle pubbliche meretrici», e vi si sfamavano i poveri. Gestiva il tutto un eremita, di origina dalmata, nel nome del santo connazionale.

SECONDA VITA
La chiesa ha una seconda vita dal 1588, sotto Sisto V, che si chiamava Piergentile e a 30 anni diventa Peretti: anche lui di ascendenze dalmate, ne era stato titolare. La dota d'un campanile e ricchi arredi; la fa ricostruire da Martino Longhi il Vecchio; per la facciata, recupera marmi dal Settizonio, il monumentale ninfeo voluto nel 203 da Settimio Severo ai piedi del Palatino, ormai da tempo in rovina. Un vero «attaccamento alla colonia illirica». Voleva farvi trasportare perfino il corpo di San Girolamo da Santa Maria Maggiore, ma l'idea non gli riesce. Canonici e cappellani, «tutti dalmati o schiavoni». La sua morte impedisce di completare la decorazione degli interni, conclusa solo nel 1846; al sommo della facciata, il marmo con lo stemma del pontefice. Nell'unica navata, opere di autori allora significativi; affresca la finta cupola Andrea Lilio. Un tempo, era sul Porto di Ripetta; dal 1744, ha accanto la Fontana della Botticella, creata in marmo dalla Congregazione degli Osti e dei Barcaroli, di cui era già protettore Alessandro VI Borgia; mostra la testa di un giovane popolano, un facchino, e lo stemma di Clemente XIV Ganganelli. La chiesa è stata poi massicciamente restaurata sotto Pio IX Mastai Ferretti nell'Ottocento.

SAN ROCCO
Oggi, il porto non c'è più; e San Giacomo ha perduto lo slancio, perché la strada è stata rialzata. La soppressione dello scalo di Alessandro Specchi, aperto nel 1704 e distrutto a fine Ottocento per creare i muraglioni, ha messo in crisi pure un'altra chiesa, attigua e assai simile: San Rocco, del 1499; nasce per volere della stessa Congregazione, dedicata al santo eremita francese che, dice la leggenda, un cane sfama quando cade malato di peste. Aveva pure un nosocomio, per la cura degli appestati, con un'ala per le mogli di chi andava in barca: perché non partorissero a bordo. L'ospedale era detto «delle celate», in quanto le partorienti nubili potevano partorire nel più completo anonimato; se morivano, erano sepolte solo con un numero; gli unici a conoscerle, medico e ostetrica; e i neonati finivano alla Casa degli Esposti, all'ospedale di Santo Spirito.

LE ARMI
Siamo tra il Mausoleo di Augusto e l'Ara Pacis. Quanto era annesso a San Rocco è distrutto dal 1934 al '40: quando Mussolini vuole sventrare e sistemare tutta la zona. Intanto Giovanni Antonio De Rossi aveva riedificato la chiesa; ma la facciata, neoclassica, c'è solo dal 1834: opera di Giuseppe Valadier, che recupera gli stilemi palladiani. HS0.1 Sul fianco, dal 1821, il primo idrometro, già nel Porto di Ripetta: l'unico rimasto dei cinque che vi esistevano. Notevoli due opere di Giovanni Battista Gaulli, il Baciccia, e un affresco di Baldassarre Peruzzi. Le armi di Gregorio XVI Cappellari sono sul portale. Qui era anche palazzo Valdambrini, pure demolito dal duce, su cui poggiava la fontana della Botticella: un salotto letterario, spesso dominato dal cardinale Alessandro Albani. Le due chiese sono ora legate da un camminamento sopraelevato. E attorno sono numerosi i ricordi di una Roma che non c'è più.
 

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