ROMA

Sciopero anti-Raggi, fine di un'era. «Il mondo dei sindacati ci votava, e ora?

Sabato 26 Ottobre 2019 di Simone Canettieri
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Sciopero anti-Raggi, fine di un'era. «Il mondo dei sindacati ci votava, e ora?

«Una minoranza di sindacalisti prova a tenere in ostaggio 3 milioni di persone». Perché? «Hanno smania di protagonismo politico». E così, in un bel giorno di fine ottobre, l'idillio si rompe: la fu Virginia confederale (nel senso di Cgil, Cisl, Uil) diventa Virginia Thatcher, una Raggi lady di ferro. E in asse, per giunta, con il leader del M5S, Luigi Di Maio, pronto a denunciare «l'indecenza dei soliti scioperi del venerdì», abitudine consolidata delle lotte dei lavoratori e degli amanti del week-end lungo.

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Eppure a nessuno sfuggono le simpatie di parte della Triplice nei confronti del M5S alle ultime politiche (già sorte ai tempi del renzismo), così come la spinta che ricevette, da sigle grandi e piccole, note o semi-sconosciute, l'allora candidata sindaca Raggi che l'8 marzo del 2016, per dirne una, donò mimose alle commesse del centro in compagnia di Cobas e Usb.

E fu l'inizio di un rapporto monetizzato nell'urna qualche mese dopo, quando da Atac ad Ama, passando per i dipendenti capitolini in moltissimi ammisero di aver spinto la «regina del cambiamento» verso la poltrona più importante del Campidoglio. Salvo poi presentarle il conto. E forse sarà un caso che per un bel po' la sindaca di Roma sia stata un'interlocutrice privilegiata di Susanna Camusso (di cui fu ospite a Lecce alla Giornata del lavoro nel 2017) e Anna Maria Furlan (guest star all'ultimo congresso della Cisl). Per non parlare poi degli autonomi invitati e legittimati in tutti i tavoli. Chiamarlo consociativismo, per un M5S che nasce anche contro questi «zombie» (Beppe Grillo) in piena furia di disintermediazione, forse è troppo. Ma ottimi rapporti di vicinato sì. Come dimostrano i contratti decentrati siglati per i 23mila dipendenti del Comune. E però ieri c'è stato un cortocircuito: lo sciopero è stato un mezzo flop con adesione bassissima, ma per la prima volta è diventato un fatto politico più che di merito come dimostrano i numeri di chi ha rinunciato alla giornata di lavoro. Bassissimi.

LO SCONTRO
In Campidoglio, nel sottolineare il non-successo dei sindacati, hanno messo in fila ragionamenti rancorosi ma non campati in aria: «Ma dove erano quando venivano spolpate Ama e Atac? Perché non hanno mai scioperato davanti alle Parentopoli diventate anche inchieste giudiziarie?». La faccenda però è più complicata di come possa apparire. Perché ha più livelli. L'adesione alla mobilitazione da parte dei dipendenti capitolini è stata residuale.

D'altronde, hanno commentato in Comune, «con quale faccia potevano scendere in piazza dopo due rinnovi di contratto, di cui l'ultimo pochi giorni fa?». E infatti così è stato. Ma il problema è di percezione e dunque politico in prospettiva. Se Carmelo Barbagallo (Uil) e Maurizio Landini (Cgil) escono pubblicamente contro il Campidoglio grillino. Una mossa di merito con ricadute in vista delle prossime comunali quando c'è da scommetterci difficilmente Raggi (o chi per lei nel M5S) potrà puntare su un voto d'opinione proveniente da questo mondo. «Il vero problema è il futuro, in ottica ricandidatura: questo mondo ci votava e ora cosa accadrà?», si domandavano ieri i consiglieri della sindaca. Forti comunque di uno sciopero che non ha sfondato, con Raggi sulle barricate in difesa dei romani e contro i disservizi. «Per una volta - è la battuta che girava in Comune - i cittadini se qualcosa non va non potranno prendersela con noi».

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