CORONAVIRUS

Trastevere nel racconto di Menotti, sceneggiatore di Jeeg Robot: «Senza stranieri e la nostalgia della movida»

Venerdì 17 Aprile 2020 di Menotti
Nella foto Roberto Marchionni in arte Menotti

Li abbiamo visti in tanti. Delfini a mollo nella laguna di Venezia, cervi a spasso per la Costa Smeralda, perfino un’aquila nel cielo di Milano. Con gli esseri umani in quarantena, le “specie autoctone si stanno riprendono i propri spazi”. Mi chiedo se stia accadendo anche qui a Trastevere, il quartiere più de-romanizzato di Roma. A vederlo così vuoto parrebbe di sì, come se il virus si fosse accanito sugli stranieri. Addio alla movida, ai prodigi del Mago Guarda, alle collette alcoliche degli studenti Erasmus. Al casino dei trolley sui marciapiedi, alle borse tarocche dei vucumprà, alle ragazze americane accasciate per strada, col tacco incastrato tra i sampietrini, come gazzelle ferite nella notte alla mercé dei predatori locali. Tutte rientrate in Minnesota, in lockdown col cane e i genitori. Bene.

Svanito il turismo di massa, quale migliore occasione per scendere in quartiere, con apposita autocertificazione, alla ricerca di un trasteverino originale? Per la verità già nel ‘98, quando ci sono arrivato, Trastevere non era più er core de Roma, quello anarchico e scapigliato dei primi palleggi di Bruno Giordano, delle sassarole coi testaccini, degli ammazzamenti a San Cosimato. La prima volta che ne ho sentito parlare avrò avuto sei anni e vivevo in Pianura Padana, dirimpetto a una raffineria. In un racconto di mio padre c’era a Roma un ristorante così tipico che all’ingresso «ti prendono a parolacce». Quando mi è apparso davanti, una trentina d’anni dopo, era assalito da una comitiva di pakistani. La verità è che Trastevere l’ho sempre vissuta tra stranieri, tanto che una me la sono fidanzata. In quegli anni erano turisti, studenti, conoscenti con lavori da telenovelas (pittori, scrittori, impiegati della FAO).

Il ragazzo della mia coinquilina finnica, romanissimo cameriere alle Mani in Pasta, ci garantiva un contatto coi locali, sempre generosi del loro sarcasmo. Fu lui a consigliarmi un ferramenta, avevo spezzato un gancetto cercando di appendere qualcosa al muro. «Buongiorno, mi occorre un gancio come questo». «Rotto?» fece il commesso, e sono certo che l’avesse preparata. Tutti gli indigeni diffidano sempre di chi arriva da fuori. Dall’Emilia all’Abruzzo, da Bologna a Berlino, l’avevo capito da piccolo, a forza di traslochi e di inviti a tornare dov’ero nato. Oggi facciamo la morale a chi accusa gli stranieri «di spargere le malattie», ma se tu sei di Cuzco, e la tua civiltà è stata annientata dal morbillo portato degli europei, ti possiamo forse biasimare? Come gli antichi Inca, i trasteverini si difendevano dall’assedio di noi stranieri con le uniche armi che avevano in mano: lo scherno e l’assimilazione.

Il secondo giorno, in ferramenta, mi ero già guadagnato il grado di «sciao garo». Volenti o nolenti, dopo un po’ di tempo, a Trastevere si diventa parte del tessuto urbano, come i pappagalli di Villa Pamphili o le ragazze nordiche ai tavoli del San Calisto. In questa locanda di Star Wars de noantri, sempre piena di celebrità future, le vedevo lì, bionde e sole, a scrivere le stesse lettere infinite che spedivano da Parigi, da Vienna o Barcellona. Mi ero fatto l’idea che appartenessero tutte alla stessa organizzazione segreta, al lavoro su un monumentale romanzo collettivo per dettare le regole del nuovo ordine mondiale. Il loro. Non mi sbagliavo. Erano gli anni della globalizzazione, i trasteverini avvinazzati di Di Gregorio lasciavano il campo a frotte di studentesse americane in tenuta sportiva, esemplari di biodiversità per forma, altezza, peso e colore. Le chiamavamo vomitine e andavamo al Trinity College a sentirle cantare il karaoke. Che nostalgia.

Torno a casa con un senso di delusione. Gli invasori stranieri sono svaniti ma i veri trasteverini non sono venuti fuori. Mi viene in mente che al DEM di via Pascarella c’è una commessa di una certa età, figlia di un pesciarolo che navigava il Tevere ai tempi di Accattone. E invece entro all’Elite, incantato da una tipa che seguo fino al frigo dei formaggi. È nera, sui vent’anni. Indossa la felpa e la mascherina, i fuseaux e le pantofole rosa col pelo. Possibile? Una vomitina spiaggiata a Trastevere, sfuggita alle pressioni familiari e alle task force dell’ambasciata USA! Ho ancora lo stupore negli occhi quando lei chiama il macellaro, quello che mi taglia le fiorentine, e gli fa: «Amò, ricordate stasera de portamme lo spezzatino». Scopro in questo modo la più autentica trasteverina di tutta la mia caccia. E mi si apre il cuore perché, se lei non è straniera, forse anch’io lo sono un po’ di meno.

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