Campi nomadi, il business del sistema-accoglienza sposta i problemi (senza risolverli)

Venerdì 5 Aprile 2019 di Lorenzo De Cicco

L'inchiesta sul Mondo di Mezzo aveva costretto il Campidoglio a chiudere i rubinetti: nel 2015 i fondi per gestire i campi nomadi erano crollati, mentre fino a poco prima Buzzi & Co fatturavano milioni. Solo per la «gestione ordinaria» di Castel Romano, una delle baraccopoli più grandi d'Italia, 1.062 abitanti, nel 2013 la coop del sodale di Carminati aveva incassato quasi 2 milioni di euro dal Comune. E si era vista aggiudicare, sempre quell'anno, l'appalto per la bonifica dei campi di via Candoni e della Barbuta. Gli arresti, il sistema scoperchiato dall'indagine della Procura, avevano tagliato le gambe a un business a sei zeri. «Avevamo rivisto al ribasso tutte le voci, ci eravamo accorti che per i campi si spendeva troppo», racconta Francesca Danese, assessore al Sociale nell'ultimo anno di mandato della giunta Marino.

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Ora, invece, i fondi per l'assistenza ai nomadi crescono di nuovo. Per foraggiare gli accampamenti che dovrebbero chiudere, ma non si sa bene quando, perché le scadenze, come in un domino sciagurato, slittano di anno in anno. Oppure servono per pagare le «alternative» offerte ai rom che s'impegnano a liberare roulotte e container, col rischio di rimanere, quasi sempre, a carico del Comune, quindi dei contribuenti. Come i rom traslocati prima nel centro d'accoglienza di Torre Angela e poi rispuntati nell'ex clinica di Torre Maura: da dove venivano? Dal Camping River, l'unica baraccopoli che la giunta grillina è riuscita a smobilitare, l'estate scorsa, col sostegno, pratico e politico, del Viminale.
I fondi, si diceva, hanno ripreso a gonfiarsi. Nel 2017, il «rendiconto» dell'Ufficio comunale Rom, sinti e caminanti, si era chiuso a 5 milioni e 461mila euro. L'anno scorso, la giunta aveva stimato una spesa di «7.957.945 euro». E la curva continua a salire: nel 2019 il «progetto di spesa» arriva a 9 milioni e 63mila euro. L'anno prossimo, ancora più su: 9 milioni e 218mila euro. Nel 2021, il budget previsto cala, ma di poco: 8,5 milioni. A conti fatti, oltre 40 milioni di euro in cinque anni. Tutte cifre messe nero su bianco nel Piano operativo di gestione 2018-2021, il documento con cui l'amministrazione programma come e dove spalmare il proprio bilancio.

I SOLDI DI BRUXELLES
Per «l'inclusione» dei Rom, il conto si fa sempre più salato, dunque. Incamerando anche i fondi che arrivano da Bruxelles: 3,8 milioni solo per chiudere due campi. Anche se le strategie per sbaraccare gli insediamenti procedono a rilento. Oggi a Roma rimangono aperti 17 campi di grandi e medie dimensioni: 6 sono i «campi attrezzati», quelli che le passate amministrazioni, con una certa dose di fantasia, avevano ribattezzato «villaggi della solidarietà». Sovvenzionati con milioni di euro per essere gestiti e sorvegliati da coop e ditte esterne (oggi la vigilanza, invece, è affidata alla Municipale, pagata a straordinario). Sono a La Barbuta, a Castel Romano, via Salone, via dei Gordiani, via Candoni e via Lombroso. Altri 11 sono i «campi tollerati», grandi insediamenti ormai, in larga parte, abusivi. Via Salviati, la Monachina, Arco di Travertino. Indirizzi che rimbalzano sulle cronache per storie di furti e delinquenza varia. E soprattutto per i roghi tossici che appestano l'aria per chilometri. Altri 1.600 nomadi, ha detto la Commissione parlamentare d'inchiesta sulle periferie, vivono in 300 micro-insediamenti, tutti abusivi. E tutti esclusi dal Piano Rom varato quasi due anni fa dalla giunta Raggi.
Avrebbero dovuto chiudere - prima entro il 2020, ora entro il 2021, tra un po' chissà, 2022? - due insediamenti: La Barbuta e la Monachina. Il River si è aggiunto dopo, per una rogna burocratica: l'appalto di gestione era scaduto e per evitare che diventasse abusivo, si è deciso di sbaraccarlo. È stato, nei fatti, il laboratorio della «terza via» promessa dal M5S romano per mettere fine a un problema su cui la politica conciona da anni, senza risolvere nulla. Si è pensato prima a un «bonus affitto», un assegno da 800 euro al mese, per due anni, per chi avesse lasciato le roulotte. Incredibilmente, però, non si sono trovati proprietari di casa disposti a cedere gli immobili a chi veniva dai campi. La «terza via» allora ha sterzato sui rimpatri «volontari». Ma in Romania, per ora, sono tornate solo 6 famiglie. Una goccia nel mare. Se i campi chiudono, allora, si ripiega verso «strutture d'accoglienza». Come la tendopoli a Monteverde dove hanno alloggiato per un po' gli sbaraccati del River (poi, dopo una serie di furti, anche la Croce Rossa ha detto basta). O come il centro di Torre Angela, da cui sono state trasferite le famiglie finite nella polveriera di Torre Maura. I soldi aumentano insieme ai problemi. Perché, come dice l'associazione 21 luglio, «non conta quanto spendi, ma come».
 

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