Spaccio selvaggio, serve prevenzione

Mercoledì 31 Luglio 2019 di Raffaele Cantone
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​Spaccio selvaggio, serve prevenzione
La drammatica morte del vice brigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega ha generato un’ondata di sana emozione e acceso un faro su una realtà che da troppo tempo si finge di non vedere. 
Lo spaccio di ogni genere di droghe avviene ormai a cielo aperto ed in modo spesso protervo anche in pieno centro, nei luoghi della movida, addirittura usando intermediari per indirizzare i turisti verso i pusher. 
Quanto avviene a Trastevere non è certo un fatto isolato; nei giorni scorsi a Palermo la polizia ha scoperto un gruppo criminale che aveva perfino creato una sorta di call center per evadere le richieste h24. 
Il vero problema dietro questi episodi è l’aumento esponenziale della domanda di stupefacenti, che sta dilagando soprattutto fra le ultime generazioni. Ce ne siamo accorti quando due gravissimi fatti di cronaca hanno scosso la pubblica opinione, generando un’ondata di indignazione purtroppo effimera. Mi riferisco alla morte di Desirée Mariottini a Roma e Pamela Mastropietro a Macerata, a conferma purtroppo che il problema non riguarda più solo le grandi citta. 

Basterebbero queste poche considerazioni a dimostrare come il tema sia cruciale e dai contorni esplosivi. Eppure sembra sparito dai radar del dibattito pubblico e in particolare della politica, che pare accorgersene solo quando si verificano fatti eclatanti e per il breve tempo in cui se ne parla.

È forse comprensibile che la politica si comporti così; la questione degli stupefacenti è difficile da affrontare perché ha respiro mondiale e soprattutto perché le precedenti riforme hanno portato pochi frutti, sia quando hanno puntato sul recupero dei tossicodipendenti sia quando hanno fatto ricorso alla “tolleranza zero”. 
Sull’onda dell’omicidio del vice brigadiere, il ministro dell’Interno ha tuttavia annunciato il disegno di legge “Droga zero”, che già dal titolo lascia chiaramente intendere quale strada si vuole intraprendere; difatti si parla di arresto obbligatorio in flagranza anche in presenza di quantitativi minimi (la cd. “lieve entità”) e di un inasprimento complessivo delle sanzioni. 

Un maggiore rigore va di certo salutato con favore; lo spaccio di stupefacenti è diventato il principale affare delle mafie, non solo italiane, che sono sul nostro territorio ed è opportuno intervenire in modo duro, non solo con le misure personali ma anche con sequestri e confische. 
Quello che non convince, però, è la lettura securitaria con cui si stanno affrontando tutte le questioni inerenti l’ordine pubblico, dallo sbarco dei migranti ai borseggiatori in metropolitana. 
Non si può ridurre tutto a una questione di legge e ordine, perché la realtà, specialmente in tema di droga, è molto più complessa e sfumata delle semplificazioni a uso giornalistico. 

L’universo che ruota attorno alla cessione degli stupefacenti è variegato e, proprio per effetto della loro diffusione, in particolare fra i più giovani una parte crescente è rappresentata dagli occasionali spacciatori-consumatori, dediti allo smercio per pagarsi le sostanze di cui fanno uso. Nessuno pensa di volerli giustificare ma è evidente la differenza (“ontologica” direi) fra costoro e uno spacciatore inserito nei ruoli organici di un gruppo criminale. 
D’altro canto è illusorio ritenere che la minaccia di sbattere dietro le sbarre chiunque venga trovato in possesso di stupefacenti, a prescindere dal quantitativo, sia reale e soprattutto ne scoraggi l’impiego. 
In primis bisognerebbe attrezzarsi, atteso che le carceri sono strapiene e questo governo, come i precedenti, di edilizia penitenziaria non si è occupato. E poi, si può davvero pensare di lasciare in una custodia cautelare prolungata i piccoli pusher? Essi probabilmente verranno rimessi in libertà o sottoposti a misure meno gravi, sovraccaricando il lavoro delle forze dell’ordine destinato ai controlli. 

Se tutti concordiamo che lo scenario è serio, è evidente che lo Stato non può limitarsi a rispondere con la sola arma (spuntata) della detenzione. Benché stia conoscendo un curioso revival circa le sue presunte proprietà terapeutiche, per non dire taumaturgiche, posso assicurare per averlo conosciuto da vicino che dal carcere si esce quasi sempre peggio di come si è entrati. E spesso l’unico effetto che consegue, in particolare nei confronti di chi vi finisce in maniera fortuita, è di consentire le conoscenze “giuste” per iniziare a delinquere in maniera stabile. 
Solo una strategia integrata può avere speranza di successo, coniugando una lotta senza quartiere alle organizzazioni criminali con un serio impegno a favore della prevenzione, del recupero e della riabilitazione. Finché non interverremo sulle cause che generano la domanda di droga, i rimedi repressivi serviranno a poco. Riempire le patrie galere di assuntori o pusher di piccolo calibro non risolverà il problema, rischierà solo di aggravarlo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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