Rutelli: «La cultura è un'industria, Roma può essere capofila»

Rutelli: «La cultura è un'industria, Roma può essere capofila»
di Mario Ajello
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Giovedì 5 Agosto 2021, 06:45 - Ultimo aggiornamento: 09:59

Francesco Rutelli, crede che sia importante l'idea di spostare a Roma l'Agenzia Ue per la cultura?
«Mi pare una buona idea. La cultura e le industrie culturali sono state finora ai margini del disegno europeo. E qui vedo alcune ottime opportunità. La prima è portare finalmente la cultura, esclusa dai trattati, nel ridisegno del continente che si discute proprio da queste settimane nella Convenzione sul futuro dell'Europa promossa da Bruxelles. L'universalità di Roma, e l'essere stata la città dove è nata l'Europa nel 1957 con la firma sul Campidoglio, insieme alla nostra capacità di promuovere la cultura come strumento di crescita economica (e questo è emerso pochi giorni fa proprio a Roma durante il G20 della cultura voluto da Franceschini) fanno dell'idea di portare in questa Capitale l'Agenzia non un'aggiunta di burocrazia ma una potenziale operazione di crescita economica e occupazionale. Si tratta di un organismo che si occupa tra l'altro di investimenti per l'audiovisivo con il programma Europa Creativa e di Erasmus+. Può essere una cabina di regia di una nuova stagione che porta le industrie creative al centro della scena nazionale e europea».

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C'è però chi dice: l'insistenza nel voler avere a Roma le agenzie europee è solo campanilismo. Ma davvero, secondo lei?
«Il campanilismo non c'entra. Qui si ragiona in chiave molto più larga. L'integrazione europea, attraverso l'autorevolezza di Draghi, è per l'Italia la condizione necessaria per salvarsi e crescere nel dopo crisi. E le industrie della cultura nel nuovo mondo che si sta disegnando saranno imprescindibili».


Roma non solo come centro monumentale ma come avanguardia industriale nella cultura?
«Questo il punto. Il Covid ha portato un cambiamento gigantesco di cui stentiamo a renderci conto. Cioè una crescita enorme della domanda di contenuti audiovisivi, che comporta una grande crescita di produzione e consumi. Il mercato, e qui parlo da presidente dell'Anica, vedrà sempre la sala cinematografica come luogo privilegiato della fruizione. Ma il boom di questo ultimo anno e mezzo ha riguardato miliardi di nuovi utenti nelle televisioni e soprattutto sulle piattaforme. Questa nuova clientela globale vuole nuovi contenuti».


Può darglieli Roma?
«Le rispondo con una domanda. Vogliamo ripetere l'esperienza della moda - in cui la grande creatività italiana è rimasta ma l'aspetto economico e finanziario si è spostato altrove - oppure vogliamo fare una doppia operazione? Io credo nella seconda strada. La grande operazione deve avere due obiettivi: attirare investimenti dei nuovi soggetti globali in Italia e favorire l'aggregazione di aziende italiane anche con il sostegno pubblico, per avere dei campioni nazionali ed europei competitivi».


Va in questa direzione il forte investimento del Pnrr su Cinecittà?
«Sì, ed è diviso in tre. 40 milioni per rafforzare il Centro sperimentale di cinematografia; 260 milioni divisi tra potenziamento dell'attuale Cinecittà e creazione di una nuova grande area di produzione nell'area di Torre Spaccata di proprietà di Cassa Depositi e Prestiti».


Ottima cosa, no?
«Lo penso anch'io. Ma occorre che governo, Cinecittà e Campidoglio abbiano chiaro che quell'area dovrà avere - e lo dico da ex sindaco - una rapidissima serie di verifiche archeologiche anche con l'utilizzo di nuove tecnologie. Questo perché, a poca distanza da lì, un analogo programma di sviluppo a Centocelle fu bloccato per la scoperta della villa Ad duas lauros, che in antico ospitava i cavalieri scelti degli imperatori. Quindi bisogna fare bene questa verifica e poi lo Schema di assetto preliminare (il Sap) e la relativa variante urbanistica».


Teme che la nuova Cinecittà possa essere rallentata?
«Confido in una regia pubblica molto energica e con le idee chiare. In termini generali, il governo deve stare attento a due aspetti. Il primo: favorire investimenti di tutti gli operatori internazionali, comprese le piattaforme come Netflix che hanno già avviato importanti impegni finanziari e lavorativi in Italia, senza mettere degli sbarramenti anti-competitivi in particolare per il video on demand. Se non si fa così, c'è il rischio molto concreto che gli investimenti e le produzioni si spostino su Madrid o su Budapest».


Il secondo aspetto?
«Il governo deve aiutare la crescita di tutto il sistema italiano. Sennò rischiamo da una parte forme di colonizzazione a causa del nostro nanismo industriale, e dall'altra di non portare i nostri prodotti da tutti ritenuti eccellenti (e lo si vedrà anche nel prossimo festival di Venezia con grandi film italiani) sui mercati globali che stanno avendo un'impressionante crescita di utenti e di consumatori. Se il prodotto italiano è privo del veicolo industriale, anziché farci avere vittorie come agli Europei di calcio o nei 100 metri olimpici ci lascerà isolati. Anche per evitare questo, è importante l'idea di avere a Roma l'Agenzia Ue della cultura, perché è un segno di consapevolezza e di ambizione».

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