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Roma, lo sfogo di un papà: «Come sarà la ripartenza per mia figlia disabile?»

Roma, lo sfogo di un papà: «Come sarà la ripartenza per mia figlia disabile?»
di Stefania Piras
4 Minuti di Lettura
Sabato 12 Settembre 2020, 23:45 - Ultimo aggiornamento: 13 Settembre, 18:38

«Ma parlate di me?», chiede Marta quando non riesce più a trattenere il sospetto che il suo ritorno  a scuola rappresenti un problema gigante che fa innervosire mamma e papà. Marta, nome di fantasia, andrà in seconda media quest'anno, frequenta la scuola Bagnera a Marconi, nel Municipio XI di Roma (5 plessi, 1500 studenti circa). Il papà Andrea Di Veroli, che è anche presidente di un'associazione di volontariato per ragazzi disabili, è riuscito a ottenere le prime informazioni su come sarà lunedì l'ingresso a scuola per Marta solo sabato pomeriggio. Eppure aveva provato a chiedere colloqui, ha scritto mail, ha telefonato alla cooperativa che prima del lockdown si occupava dei disabili. Ma nulla, si è persino sentito rispondere i giorni scorsi che «la PA ha tempo 90 giorni per rispondere alle sue domande». Mentre leggete questo articolo, alla fine, sono arrivate delle delucidazioni. Ma anche per Andrea, lunedì la tensione sarà a mille: come tutti gli altri genitori, non potrà entrare nell'istituto scolastico per non contaminarlo, e quindi non vedrà coi propri occhi spazi e percorsi che tornerà a frequentare la figlia. 

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Anche per Marta, la quarantena è stata lunga e difficile. Soffre di un ritardo psico motorio e in questi mesi ha fatto tanti passi indietro. «Una regressione importante», racconta il papà per cui il ritorno a scuola rappresenta l'opportunità di stare al mondo, in mezzo agli altri, e imparare cose difficilissime per Marta, come contare. Tutti i genitori sono preoccupati, si pensa. Eppure questi genitori lo sono un po' di più: hanno un'ansia di cogliere tutte le possibilità di socializzazione, formazione e normalità che molti danno per scontate. La scuola dell'obbligo, quella delle certezze. 
La didattica a distanza è stata molto difficile per Marta, solo verso la fine di aprile è riuscita a ingranare un po'. «L'insegnante di sostegno non si collegava, mandavano i compiti via registro elettronico. Io glielo rispedivo indietro: mia figlia non riusciva. Ci siamo sentiti soli». 

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«Le poche capacità acquisite nel corso del tempo si sono perse in questi mesi», racconta Andrea sconsolato. Ma che vuol dire per la dodicenne Marta? «Sapeva contare e ora non lo fa più». Comprensibile che il papà voglia sapere cosa ha in serbo per Marta la scuola, oltre al gel disinfettante, le mascherine, il distanziamento, i banchi monoposto. «Lei non può stare ferma, seduta a un banco per cinque ore», spiega. Queste sono le domande che si pone: gli spostamenti come saranno, dove e con chi soprattutto? Marta non riesce a stare attenta a lungo, altro problema. E poi in un anno ha già cambiato due insegnanti, quest'anno ne arrivrà una terza. La continuità, bel miraggio.

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C'era un servizio messo a disposizione dal Municipio che si occupava proprio di assistenza e comunicazione tra famiglie e scuola per i ragazzi disabili. É stato interrotto a marzo. Il Municipio tra l'altro attribuisce delle ore ai ragazzi disabili che però non sono mai state svolte durante il lockdown.
«Saranno recuperate?», si chiede Andrea. Quest'ansia di sfruttare tutte le possibilità, sempre, e di far notare quando vengono a mancare, i genitori di ragazze come Marta, la conosco benissimo. Sindacalisti a tempo pieno dei propri figli, hanno imparato tutte le sfumature belle e brutte della parola "inclusività". E vivono dentro una consapevolezza: «Una volta finita la scuola, dopo i 18 anni questi ragazzi non hanno nulla davanti a loro, c'è il deserto».  Considerazioni che neanche il Covid riesce a minimizzare. 

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