ROMA

«Ha finto di essere in coma», ecco come il rapinatore arrestato è evaso dal Pertini

Mercoledì 9 Ottobre 2019 di Alessia Marani

Non era cosciente. O almeno appariva tale. Con tutta probabilità ha finto lo stato comatoso per poi risvegliarsi all'improvviso, nel momento più propizio, per alzarsi dalla barella, strapparsi la flebo dal braccio e il catetere, e fuggire via attraverso un abbaino lasciato aperto, nudo. Non è stato un miracolo della fede, ma lo stratagemma escogitato dal rapinatore 31enne che domenica è evaso dall'ospedale Pertini. L'uomo, fermato dai carabinieri a Centocelle, sulla Palmiro Togliatti, dopo almeno quattro rapine nel parco Maria Teresa di Calcutta, al momento dell'arresto aveva dato in escandescenza, si era sentito male ed era stato portato in ambulanza al pronto soccorso. Non rispondeva agli stimoli, le sue condizioni apparivano serie.

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Tanto che era stato sistemato nella sala rossa insieme con altri pazienti gravi, piantonato da due militari. Quando nella stanza è entrato il tecnico con il macchinario portatile per fare la lastra a un paziente vicino, l'infermiera ha invitato i carabinieri ad allontanarsi. Nel frattempo, però, avrebbe aperto una finestra per il ricambio d'aria. A quel punto il novello Lazzaro, che fino a un momento prima pareva mezzo morto, si è alzato come un fulmine e si è letteralmente lanciato fuori dandosi alla fuga in direzione di via di Pietralata.

LIVELLO D'ATTENZIONE
La Procura ha aperto un'inchiesta sull'episodio, mentre è caccia al fuggitivo che era in attesa di convalida del fermo da parte del gip e probabilmente affetto da disagio psichico. Le condizioni giudicate critiche dell'uomo, hanno contribuito ad abbassare implicitamente il livello di attenzione, tanto da non considerare il potenziale pericolo di aprire la finestra o di uscire dalla stanza appena il tempo di far fare la lastra. L'ospedale, dal canto suo, non ha ritenuto di dare seguito a verifiche interne, dal momento che l'uomo era sotto la custodia dell'Arma.
Resta da capire come è possibile che un paziente simuli la perdita di conoscenza senza che i sanitari se ne rendano conto. «Ma - spiega un operatore di lungo corso - se un paziente non risponde agli stimoli, va tenuto per forza sotto monitoraggio». Il 16 agosto era scappato, sempre dal Pertini che è ospedale di riferimento per gli istituti penitenziari del Lazio (insieme con Belcolle a Viterbo) e dell'Abruzzo, un detenuto e un anno esatto prima, ancora un altro. Quanto accaduto domenica accende di nuovo i riflettori su un vulnus riguardo al trattamento dei pazienti detenuti o in stato di fermo. Che, di fatto, nel momento in cui vengono sottoposti ad accertamenti di pronto soccorso o ambulatoriali, sono trattati come tutti gli altri, con l'unica differenza della scorta. «Solo chi necessita del ricovero - afferma Daniele Nicastrini segretario regionale Usspp, Unione sindacati di polizia penitenziaria - accede ai 20 posti letto del reparto esterno dedicato e adeguatamente protetto. A meno che non abbia bisogno della Cardiologia e della Infettivologia, che al Pertini non ci sono, per cui il detenuto deve essere trasferito altrove. O che debba essere destinato al reparto psichiatrico, e quindi ancora una volta, in una situazione di promiscuità con tutti gli altri pazienti. Tutti casi in cui l'asticella del controllo si abbassa e il potenziale rischio di una fuga aumenta esponenzialmente». I sindacati ricordano che in entrambi i casi di agosto, «i detenuti sfruttarono il momento di scendere dal blindato per evadere» e anche «il malfunzionamento delle cellette dei furgoni, che a volte difettano nella chiusura».

COME LE AMBULANZE
Anche in quei casi, come domenica, gli evasi sono fuggiti percorrendo le aree comuni, correndo tra malati, medici, infermieri, parenti dei degenti. «Al Pertini - ironizza Nicastrini - arrivano ormai più furgoni della penitenziaria che ambulanze. Almeno una decina al giorno solo da Rebibbia. Servirebbe un protocollo di accettazione e accoglienza codificata e concordata con i medici, che vada oltre il principio della precedenza rispetto agli altri pazienti; nonché percorsi stabiliti e monitorati all'interno del plesso ospedaliero composto da più edifici. Una volta certe visite venivano svolte in carcere e il detenuto usciva solo straordinariamente. Ora non è più così e bisogna prendere tutte le precauzioni».
 

Ultimo aggiornamento: 08:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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