Roma, pusher ucciso in strada al Nuovo Salario: aveva capito di essere finito in un agguato

Lunedì 27 Gennaio 2020 di Marco De Risi
Prelievi della Scientifica sotto la casa dell'albanese ucciso

Un regolamento di conti fra potenti clan albanesi legato alla droga, ma non si tratterebbe di dosi o di chili, bensì di esportazioni di cocaina dalla cornice internazionale. Un'esecuzione pianificata quella di sabato sera a ridosso del Tufello del pregiudicato albanese in semilibertà. Gentian Kasa, 45 anni, è stato aspettato sotto casa, in via Gabrio Casati, a Nuovo Salario, da un killer che l'ha finito a colpi di pistola. Gentian, ha capito un attimo prima che stava finendo in un agguato e ha provato ad attraversare la strada, ma non ne ha avuto il tempo.
Quattro colpi in rapida successione l'hanno raggiunto al torace. Poi, il colpo fatale, alla testa. Proietti 7.65, non un grosso calibro, ma che in mano a un sicario sono andati tutti a segno. Gli investigatori della polizia stanno seguendo più piste, ma quella che sembra la più probabile è che si tratti di un'azione della temibile mafia albanese, radicata in vari quartieri romani: a Ponte Milvio, a Primavalle, a Ostia, a San Basilio. Gentian Kasa, stava finendo di scontare una pena per droga a Rebibbia. Il magistrato gli aveva assegnato la semilibertà. L'albanese viveva a casa con la moglie in via Gabrio Casati e poi, ogni giorno, alle 23 doveva tornare a dormire in carcere. Gentian ha fatto la stessa cosa anche sabato sera: ha salutato la moglie ed è sceso in strada per tornare a dormire in carcere. Ma qualcuno aveva saputo della sua nuova condizione e dei suoi spostamenti: il suo assassino.

Roma, ucciso in strada a 45 anni: stava tornando in carcere. La pista della faida tra clan

Gentian era stato arrestato prima a Roma e poi ad Ancona nel 2014 per droga. L'ultima cattura parla chiaro: l'albanese era tra le file del traffico internazionale e portava chili di droga dalla Grecia. Non un qualsiasi pusher, quindi, ma un corriere di alto livello. Ed ecco che le certezze che escono dalle inchieste sulla 'ndrangheta in Calabria si materializzano anche a Roma: la mafia calabrese va stabilmente a braccetto con quella albanese. E proprio nei territori di spaccio del Tufello e San Basilio le inchieste hanno appurato come questo binomio sia ormai una realtà ben rodata: malavitosi della capitale in affari con potenti e feroci boss albanesi. Gli albanesi sono spuntati fuori, almeno come possibili killer, anche per l'esecuzione di Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik ucciso con un solo colpo alla testa mentre era seduto su una panchina di via Lemonia. Un omicidio considerato eccellente e che ancora non trova risposta. Dopo pochi mesi un'altra esecuzione, quella dell'albanese di sabato sera.

C'è anche un'altra prospettiva usata dagli inquirenti per decifrare il delitto. Il killer ha sparato qualche giorno dopo gli arresti a San Basilio sul narcotraffico: in manette sono finiti i fratelli Marando, dell'omonima cosca calabrese, e i loro sodali. Le inchieste indicano come anche gli albanesi abbiano messo radici salde a San Basilio. Allora, l'esecuzione di Gentian Kasa si potrebbe leggere anche come il frutto di delicati rapporti scompaginati dagli arresti. Solo supposizioni. Un altro scenario: quello di Primavalle e Casalotti.
Una famiglia potentissima scompaginata dai carabinieri, quella del clan Gambacurta era, appunto, alleata con albanesi potenti e feroci. «Una miscela devastante sottolinea un investigatore . Gli uomini delle mafie tradizionali, soprattutto quella calabrese, unendosi con la ferocia dei boss albanesi, raggiungono una dimensione ancora più devastante. Ad esempio riescono a far commettere un'esecuzione da un soggetto albanese ed è così più difficile risalire ai mandanti».

Ultimo aggiornamento: 13:10 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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