'Ndrangheta, il sistema violento della 'ndrina romana: i Fasciani erano gli esattori (e le vittime non denunciavano)

Gli indagati sono accusati di estorsione, detenzione e vendita di armi comuni da sparo ed armi da guerra aggravate

'Ndrangheta, il sistema violento della 'ndrina romana. «Le vittime non denunciavano per paura di ritorsioni»
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Martedì 10 Maggio 2022, 16:27 - Ultimo aggiornamento: 16:56

Le denunce contro il vasto e capillare sistema di estorsioni, intimidazioni e minacce messo in piedi a Roma dalla 'ndrangheta, dalle famiglie Alvaro e Carzo non sono arrivate. Chi poteva denunciare non lo ha fatto perché i boss calabresi arrestati oggi per effetto dell'indagine "Propaggine", condotta dai magistrati della Dda di Roma e della Dia, sono riusciti a impedire e a soffocare i tentativi di ribellione. I calabresi godevano inoltre di un appoggio locale come quello del clan Fasciani a cui avevano "appaltato" la pratica del recupero crediti.

Quando gli 'ndranghetisti facevano la voce grossa e dicevano al telefono «Dietro di me c'è una nave» o ancora «Siamo una carovana per fare la guerra», davano a intendere che esisteva un mondo di persone, e di violenza, pronto ad attivarsi in caso di ribellione. Lo scrive il giudice Sturzo che ha firmato l'ordinanza che ha portato oggi a 43 arresti a Roma. C'era molta paura a denunciare i soprusi, le sopraffazioni, i reati che il sistema criminale aveva organizzato in modo «stabile» a Roma. Gli indagati erano persone pericolose perché tra le varie accuse che sono piovute loro addosso c'è anche la detenzione e vendita di armi comuni da sparo ed armi da guerra aggravate. Ci sono le accuse di estorsione. La violenza non era solo mostrata a parole, dunque. 

Le connessioni con il clan Fasciani

Il boss ndranghetista romano Vincenzo Alvaro era di fatto il manager designato per operare su Roma sui cui aveva competenze criminali di primo piano. A lui spettavano «compiti di decisione, pianificazione e di individuazione delle azioni delittuose da compiere, degli obiettivi da perseguire e delle vittime da colpire, impartisce direttive alle quali gli altri associati danno attuazione». È quanto si legge nell'ordinanza del gip di Roma Gaspare Sturzo. Alvaro «concorre nella commissione di alcuni delitti, soprattutto in materia di intestazioni fittizie di attività commerciali, settore nel quale Alvaro è un autentico punto di riferimento non solo per tutti gli altri sodali, ma anche per soggetti appartenenti ad altre cosche e che intendono investire sul territorio della capitale» scrive il gip - e «mantiene i contatti con personaggi di vertice di altre cosche» tra cui Terenzio Fasciani, «rappresentante dell'omonimo clan, di cui si serve anche per riscuotere crediti delle attività commerciali fittiziamente intestate o per ottenere vantaggi illeciti nel settore ittico o in quello del ritiro delle pelli e degli olii esausti».

La paura delle ritorsioni

«L'insieme delle circostanze hanno dato prova del metodo mafioso e della paura di coloro che si sono trovati sulla strada dei capi e degli associati della 'localè» 'ndrina «che professava la sua aperta vicinanza alla ' ndrangheta («dietro di me c'è una nave»), impedendo alle vittime così di denunciare alle forze dell'ordine avendo paura di ritorsioni». È quanto scrive il gip di Roma, Gaspare Sturzo, nell'ordinanza con cui ha disposto le misure cautelari nell'ambito dell'indagine della Dda e della Dia.

Per il giudice «siamo di fronte ad un complesso di vicende che a partire dal 2015/2016 si sono sviluppate, alcune ancora in corso sino al settembre 2020 e comunque con effetti di permanenza quanto a società ed aziende ad oggi gestite con capitali di illecita provenienza, o oggetto di riciclaggio, mostrando come gli indagati sono stati in grado di impedire - scrive il gip - ogni forma di collaborazione con le autorità giudiziarie, sia delle vittime, come di professionisti non collusi con costoro, nonché degli stessi dipendenti delle aziende e società».

L'associazione Libera: «Non stupirsi ma rispondere sul piano sociale»

«Ci meraviglia chi si stupisce: da sempre obiettivo delle cosche è fare affari e non deve sorprendere la loro presenza dove è alta la possibilità d' investimento e profitto». Lo dice Libera, commentando l'indagine della Dda della Capitale e Dia. «L'importante operazione di oggi, frutto del lavoro di magistrati della Dda di Roma e della Dia, è un'ulteriore conferma della presenza capillare della criminalità organizzata nella Capitale. Una presenza plurale, che vede affiancarsi mafie autoctone e mafie tradizionali e che per la prima volta vede l'individuazione di un "locale" di 'ndrangheta operativo sul territorio di Roma, autorizzato dai massimi organi decisionali della  'Ndrangheta. Ci meraviglia chi si stupisce: da sempre obiettivo delle cosche è fare affari e non deve sorprendere la loro presenza dove è alta la possibilità d'investimento e profitto. Se è vero che le mafie sono ormai holding finanziarie, va da sé che puntino con forza anche su Roma e dintorni sapendo avvalersi anche della collaborazione di professionisti e colletti bianchi. Ma se la traccia da seguire per comprendere quanto sta accadendo a Roma è quella del narcotraffico, dei soldi investiti in attività di ristorazione, in locali della movida e dell'agroalimentare, la risposta non può essere solo repressiva ma deve articolarsi sul piano sociale, educativa e culturale. La lotta alla mafia come minaccia alla democrazia e questione di salute pubblica chiama in causa la coscienza, la responsabilità e l'impegno di ciascuno di noi», conclude Libera. 

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