ROMA

Roma, la beffa delle fotocopie: i comunali si rifiutano. Raggi chiama i privati

Lunedì 12 Agosto 2019 di Lorenzo De Cicco
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È uno schiaffo perfino a certi cliché, quelli che, magari ingenerosamente, vorrebbero il dipendente pubblico passare il turno senza troppa lena accanto alla fotocopiatrice. Invece al Comune di Roma - che non svetta certo nei ranking dell’efficienza – perfino duplicare qualche foglio diventa tema di accesi dibattiti sindacaleggianti. Fino alla decisione che a qualcuno sembrerà paradossale: solo per spostare i registri da uno scaffale all’altro, piazzarli sul tavolo dello scanner e poi rimetterli a posto, il Campidoglio ha arruolato una pattuglia di addetti privati, che saranno naturalmente stipendiati coi soldi dei contribuenti. Motivo? Nessuno, tra i dipendenti comunali, vuole occuparsi delle fotocopie digitali.

Le fotocopie fanno parte dello stipendio dei dipendenti - di P.Graldi

Mansione considerata «squalificante», come hanno dovuto annotare i dirigenti capitolini nei documenti con cui sono stati assoldati gli indispensabili “scannerizzatori” esterni. L’incarico, piuttosto banale, fa parte di una missione senza dubbio utile: «dematerializzare» la pubblica amministrazione. Insomma, ridurre i documenti stampati su carta e mettere tutto su internet, a portata di clic dei romani interessati. Procedure più veloci e una considerevole mole di fogli risparmiati. Tutto già previsto dal “Codice dell’Amministrazione digitale”, quindici anni fa. Il Campidoglio si sta muovendo ora e ha deciso di ottenere una copia informatica di tutti i registri di Stato civile, col traguardo di rilasciare ogni anno 180mila estratti.

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IL PASTICCIO
Tra la teoria e la pratica, c’è un’operazione non particolarmente macchinosa: prendere e passare sulla fotocopiatrice digitale i registri in questione, circa 1.200. E qui, presumibilmente dopo un’affannosa ricerca, si è scoperto che «l’ufficio non dispone di personale con la qualifica professionale corrispondente allo svolgimento di tali mansioni», come ha scritto il responsabile del Dipartimento Servizi Delegati, da cui dipende l’Anagrafe. Insomma, il Comune «non può utilizzare il personale in forza al dipartimento», perché addirittura, si legge, è «vietata dal Contratto collettivo nazionale l’assegnazione a un’attività continuativa corrispondente a un profilo professionale inferiore». E quale sarebbe quest’attività? «Movimentare quotidianamente i registri di Stato Civile, prelevandoli da apposite scaffalature, posizionandoli su tavoli da lavoro per la scannerizzazione e, successivamente, riposizionarli nell’originaria collocazione». Troppo squalificante, evidentemente, per i travet capitolini. Anche se non tutti, diciamo, possono vantare un mba all’Ivy League. Anzi.
 


SCUOLA DELL’OBBLIGO
A leggere l’ultimo rapporto sul personale del Comune, aggiornato al 31 dicembre 2018, si scopre che due dipendenti su tre non hanno nemmeno una laurea. In 14.176 si sono fermati alle superiori, altri 1.210 hanno solo la terza media. Spostare i registri comunali per passarli allo scanner, però, è considerata un’incombenza troppo modesta, «inferiore» alle qualifiche pattuite, per l’appunto. Ci penseranno allora gli addetti privati assoldati solo per far questo (costo, oltre 150mila euro per tre anni di servizio). Col benestare, naturalmente, dei sindacati. «Ma la vera assurdità è che ci siano ancora così tanti faldoni mai digitalizzati - dice Giancarlo Cosentino, leader della Cisl Funzione pubblica di Roma - È giusto che ci sia un servizio di “facchinaggio”, si renderà più veloce il lavoro dei dipendenti». Fotocopiare stanca.

Ultimo aggiornamento: 13 Agosto, 11:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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