Bruciavano scarti tossici nei campi rom: arrivano le condanne sul mercato nero dei rifiuti

Venerdì 24 Gennaio 2020 di Michela Allegri
I rifiuti venivano raccattati per strada o recuperati dai cassonetti. Poi, venivano ammassati nei campi nomadi e spogliati di tutte le parti utili. Gli scarti venivano bruciati negli stessi insediamenti, anche quando si trattava di materiali tossici e pericolosi, per evitare di sostenere i costi di smaltimento. Ferro e rame, invece, venivano venduti ad autodemolitori e rottamatori, che poi li cedevano alla clientela sovrapprezzo. Ieri sono arrivate le prime condanne nella maxi inchiesta su un mercato nero dei rifiuti che vale milioni di euro e che aveva portato a 15 arresti.

Le accuse, a seconda delle posizioni, sono il traffico illecito di rifiuti, l’associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio, la ricettazione di veicoli, la truffa, la simulazione di reato e il favoreggiamento personale. I primi due componenti della banda, entrambi rom, hanno scelto di essere giudicati con rito abbreviato e sono stati entrambi condannati: si tratta di Sladan Ramovic, che dovrà scontare 1 anno e 4 mesi, e Goran Seferovic, per il quale il gup ha disposto un anno di reclusione. Tra gli imputati c’è anche Renato Seferovic, uno degli autori della strage di Centocelle, l’agguato incendiario in cui, nel maggio 2017, hanno perso la vita tre sorelline rom di una famiglia rivale.

Al centro dell’inchiesta c’è la ditta Mcr: i titolari sono sul banco degli imputati. L’azienda aveva un’autorizzazione provvisoria semestrale rilasciata dal dipartimento Tutela ambiente del Campidoglio, per effettuare attività di rottamazione. I titolari, secondo l’accusa, avrebbero utilizzato un trucco per aggirare la normativa sullo smaltimento: i rom che trasportavano nella sede della Mcr ferro e rame avevano ottenuto licenze per lo stoccaggio - irregolari - dichiarando che il materiale fosse stato prodotto dalle loro ditte edili.

Peccato che le ditte in questione non esistessero. Il guadagno, secondo l’accusa, era altissimo: nell’ordinanza si legge che i trasportatori hanno ottenuto «il corrispettivo della vendita di rifiuti abusivamente raccolti, smaltiti e trasportati, in misura non inferiore a 440.459 euro», solo nel 2016. Mentre i titolari della ditta avrebbero rivenduto «a un prezzo superiore di quello d’acquisto» i materiali «già frazionati e selezionati», senza sostenere costi di rottamazione e di gestione. L’inchiesta era scattata dopo l’allarme lanciato dalla Prefettura per il degrado e i roghi tossici nella Capitale, soprattutto nelle vicinanze dei campi rom di via Salviati della Barbuta.
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