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Roma, allarme Atac al Comune: «Più fondi o tra 3 mesi falliamo»

Martedì 2 Giugno 2020 di Francesco Pacifico

Da via Prenestina lanciano l’allarme all’azionista Campidoglio: «Entro due o al massimo tre mesi resteremo senza liquidità». In Atac, ben presto, potrebbero mancare i fondi per pagare gli stipendi o garantire la manutenzione dei mezzi. Anche perché la crisi Covid ha creato un buco da 120 milioni di euro, quasi dimezzando gli incassi dai biglietti di viaggio. Con il risultato che mancano anche i soldi necessari per rispettare le scadenze imposte dal concordato preventivo, lo scudo necessario per gestire il maxidebito da 1,4 miliardi di euro ed evitare il fallimento. Entro il 25 giugno devono essere “risarciti” ai creditori circa 110 milioni. Ma vista la situazione, la municipalizzata - a oggi - è sicura di poter riconoscere soltanto 75 milioni ai soggetti cosiddetti privilegiati, per lo più ex dipendenti che aspettano il loro Tfr. Tanto che il responsabile del settore legale dell’azienda, Franco Middei, annuncia: «Adesso bisognerà comunicare a creditori e Tribunale un nuovo piano per essere rivalutato, perché si andrà probabilmente oltre il 2022». Tradotto, si va punta a un nuovo concordato. La crisi Covid, con la gente che si tiene lontana dai mezzi pubblici per paura di essere contagiati, costerà ad Atac in termini di mancata bigliettazione 200 milioni di euro per tutto il 2020: 50 milioni sono stati recuperati risparmiando sul gasolio o sugli stipendi agli 11mila dipendenti attraverso la solidarietà, altri 30 arriveranno dal governo con il fondo nazionale per il Tpl per risarcire le perdite. Mancano all’appello, quindi, 120 milioni per evitare il fallimento. Soldi ieri che, durante una seduta della commissione capitolina Mobilità, Middei e il direttore finanziario della municipalizzata, Stefano Guadalupi hanno chiesto all’azionista. Cioè a Roma Capitale. Il quale, per la cronaca, denuncia a sua volta quasi 700 milioni di mancati incassi per tributi, tariffe e multe, dallo scoppio dell’epidemia.

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CONTRATTO DI SERVIZIO
Middei e Guadalupi hanno dichiarato: «Il contratto di servizio non sta in equilibrio: noi auspichiamo un intervento statale, ma intanto abbiamo richiesto, tramite una nota inviata a Roma Capitale, la revisione del contratto. Una revisione legata alla temporaneità e al riequilibrio di tutte le risorse perse in questo periodo». Tradotto, si chiede all’azionista di erogare più fondi degli oltre 560 milioni che il Comune paga ogni anno per il servizio di trasporto pubblico. I due manager hanno anche ipotizzato una diversa ripartizione delle quote del sistema integrato dei biglietti, che però già garantisce a via Prenestina l’86 per cento degli incassi.

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Da Palazzo Senatorio prendono tempo. La giunta Raggi ha già fatto sapere informalmente ai vertici di via Prenestina che erogherà alla sua controllata tutte le risorse previste dal contratto di servizio, anche se a fine anno Atac avrà effettuato meno degli 86 milioni di chilometri (su 101 milioni totali) previsti come minimo nell’accordo. Ma intanto fa pressioni sul governo per aumentare i fondi per risarcire le municipalizzate per la mancata bigliettazione. Se Palazzo Chigi non si mostrerà magnanima, a quel punto il Campidoglio deciderà se e come intervenire direttamente. Certo è che il prossimo presidente di Atac - l’uscente Paolo Simioni è atteso all’Enav, mentre per il futuro si fa il nome di Giovanni Mottura - dovrà presentare a breve un nuovo piano industriale con obiettivi di crescita molto cauti, non aumentando il chilometraggio (cioè le corse), tagliando i costi di gestione e trovando forme alternative di introiti. Per poi andare in Tribunale e chiedere di allungare di almeno un triennio le scadenze previste dal vecchio concordato preventivo. Altrimenti sarà il fallimento.

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