Ponte di Ferro, il sogno dell'800 che univa i quartieri della modernità

Ponte nato per la prima zona industriale romana

Ponte di Ferro, il sogno dell'800 che univa i quartieri della modernità
di Fabio Isman
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Lunedì 4 Ottobre 2021, 06:04 - Ultimo aggiornamento: 07:13

Il 10 luglio 1863, una foto mostra il «cittadino Mastai», come Giosuè Carducchi chiamava Giovanni Maria Battista Pietro Pellegrino Isidoro Mastai-Ferretti, divenuto Pio IX, su un prato verde; senza alcuna pompa, un seguito ridotto, accanto al ponte che allora si chiamava San Paolo, creato per farvi transitare i treni da Civitavecchia a Termini. Ma lasciando passare, sotto, piroscafi e bastimenti, poiché il Tevere era ancora il maggiore itinerario con cui rifornire Roma: la campata centrale, la più ridotta delle tre, poteva infatti essere sollevata. Proprio quel giorno, sul ponte passa il primo treno; il papa-re ignorava però che stava inaugurando una delle sue ultime opere pubbliche nella Città Eterna: sette anni dopo, sarebbe divenuta Italia. Quattro giorni più tardi, la prova di carico: due treni passano simultaneamente sopra il fiume. Fino ad allora, cinque ponti in tutto attraversavano il Tevere.

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IL COSTRUTTORE BELGA
Come tante tra le opere di quel periodo, lo costruisce una società straniera: in questo caso, belga. E la stazione di Porta Portese viene pensionata. Il ponte sarà ferroviario fino al 1911: poi diverrà «dell'industria»; e quello nuovo, un po' più a monte, ne erediterà la funzione e il nome.
Da allora, il «ponte di ferro», come è comunemente chiamato, servirà ai veicoli e ai pedoni; non più nemmeno al transito delle imbarcazioni di stazza maggiore. Il nuovo nome gli deriva dall'inedita funzione del quartiere Ostiense, e di quel tratto del Tevere. Il sindaco Ernesto Nathan, dal 1907 al 1913 in Campidoglio, italo-inglese, mazziniano, massone, ebreo, laico e anticlericale, come ricorda Fabio Martini in un libro recente, creerà qui quella città industriale che Roma, in fin dei conti, non è mai stata. Già Quintino Sella proclamava che «non vi sarebbero opportuni gli impeti popolari di grandi masse di operai».

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TOTÒ E PEPPINO
La Centrale Montemartini (1912), intitolata a Giovanni, assessore di Nathan, è il primo impianto dell'antenata dell'Acea: dismessa nel 1963, è ora uno dei migliori musei che coniuga archeologia antica e industriale. Il gasometro, alto quasi 90 metri, diametro di 63, lunghi 36 km i 1.551 pali infissi, progettato nel 1909, è stato il più grande in Europa; la fabbrica è trasportata qui da via dei Cerchi, e il carbone vi arrivava sul fiume, o in treno. Poi, il nuovo Porto fluviale e i Magazzini generali (1912); il Consorzio agrario (1919); i Mercati generali (1921): un esempio fino a metà secolo. E le industrie: come l'ex Molino Biondi; e, dall'altra parte del fiume, la Mira Lanza, che produceva colle, concimi, saponi e candele usando gli scarti della macellazione del vicino mattatoio. Insomma, un'intera zona dell'Urbe muta progressivamente i propri connotati.
Tipicamente proletario, il quartiere ha un forte sviluppo urbanistico. Nel 1912 Pio X Sarto vi vuole una chiesa: a lungo ospitata in una baracca. All'inizio, è detta la zona «dei Gasisti e dei Conciatori»; e ancora oggi, qualcuno la dice «rossa», quasi rivoluzionaria. Le SS naziste nel 1944, proprio sul ponte fucilano dieci donne; avevano assalito un fornaio di loro fiducia, come ricorda ancora una lapide, su via del Porto fluviale. E il ponte è scelto da sfondo nel film «La banda degli onesti» di Camillo Mastrocinque (1956) con Totò e Peppino De Filippo.

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L'ANTICA VOCAZIONE OPERAIA
L'antica vocazione operaia e protoindustriale della zona si è perduta. Parecchio è stato riconvertito: in parte, anche il Mattatoio di Gioacchino Ersoch. E ora, il nuovo destino di quest'area si ispira all'innovazione; guarda al futuro. Tra pochi giorni, proprio nel complesso dell'ex Gasometro, vasto 12 ettari, si svolgerà Maker Faire Rome 2021: il più grande evento europeo sull'innovazione; se ne racconta in un'altra pagina del giornale. All'ombra di un ponte tra i più antichi della Roma moderna (e suona come un paradosso); ancora oggi fondamentale per la città ed il suo traffico; e che, per fortuna, non è andato tutto in fumo. Da quasi 160 anni, non più quello delle locomotive per Civitavecchia.
 

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