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Roma, bimbo rischiò di morire nel parco a Grottarossa: tre comunali a processo

Roma, bimbo rischiò di morire nel parco a Grottarossa: tre comunali a processo
di Giuseppe Scarpa
4 Minuti di Lettura
Giovedì 19 Novembre 2020, 09:45

Un bambino ha rischiato di morire in un parco pubblico per l’indifferenza degli adulti. La procura parla di “condotte superficiali” in capo a chi era deputato a garantire la sicurezza nel parco Papacci in via Veientana 15, a Grottarossa. Il pm avrebbe individuato cinque responsabili che il 3 maggio affronteranno la prima udienza del processo che li vede imputati, a seconda delle posizioni, per lesioni personali colpose aggravate e omesso collocamento di segnali. Si tratta di tre dipendenti del XV Municipio e del titolare e progettista della ditta che ha effettuato i lavori di manutenzione dell’area: Gianfranco Solinas, responsabile dell’ufficio gestione, manutenzione e progettazione delle aree ludiche e sportive, Mauro Giovanale, funzionario servizio ambientali incaricato per il XV Municipio, Furio Marano, progettista, direttore dei lavori e collaudatore, Stefano Bella, coordinatore per la sicurezza e Maurizio Belli, legale rappresentante della ditta di manutenzione CoSBE srl.

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La vicenda

È la mattina del 28 luglio del 2017. È il giorno in cui Paolo (nome di fantasia) accompagnato dalla madre, con il pallone sotto il braccio, entra nel parco Papacci. Si dirigono verso il campo in cemento utilizzato per pattinare o per giocare a basket. Un rettangolo circondato da dei tubi che i pattinatori usano per frenare la loro corsa. Paolo ci si aggrappa, pesa 32 chili. Ma il tubo, che dovrebbe essere molto resistente, cede di schianto. La madre, impotente, vede il figlio sbattere violentemente a terra. È solo un attimo. Un tonfo sordo, Paolo perde conoscenza mentre il cemento si macchia del sangue del bambino. Nel frattempo il genitore urla.

Le grida disperate richiamano l’attenzione di due passanti. Si fiondano sul piccolo, non lo toccano e chiamano l’ambulanza. Sono momenti drammatici, descritti con dovizia di particolari nella denuncia scritta dall’avvocato Diego Perugini. Quando i sanitari lo soccorrono il bimbo è privo di conoscenza. «Stato soporoso, senza contatto con l’ambiente», annotano i camici bianchi. Il genitore teme il peggio. La corsa verso l’ospedale Gemelli è una sfida contro il tempo. Paolo entra in terapia intensiva pediatrica. I medici sono scettici «non siamo sicuri di poterlo salvare», dicono alla madre. Il bambino viene sottoposto a un intervento neurochirurgico di “craniectomia decompressiva”. 

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Il recupero

Passa meno di una settimana e il piccolo «si sveglia miracolosamente dal coma», si legge nelle denuncia. Il bambino, però, sta ancora male. Non riconosce i genitori, parla a fatica. È l’inizio di una lenta risalita. Il baby paziente la notte è in preda agli incubi. È impaurito, non spesso vigile, e fa discorsi sconnessi. Pochi giorni dopo è di nuovo sotto i ferri. Una seconda operazione decisiva per le sue sorti. Anche questa volta l’esito è positivo. E così Paolo sorprende, di nuovo, tutti. La sua riabilitazione viene affidata ad un centro specializzato: mesi di terapie motorie, psicologiche e con il logopedista.

 

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