Pantheon, ascensore abusivo. Architetto a processo: «Non potevo fare le scale»

Pantheon, ascensore abusivo. Architetto a processo: «Non potevo fare le scale»
di Adelaide Pierucci
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Lunedì 10 Maggio 2021, 09:31

Non può far installare un ascensore nel palazzo storico a un passo dal Pantheon dove vive da quasi cinquant'anni, e l'inquilino risolve la questione col faidate: fissa su una facciata un montacarichi da cantiere che lo porta dalla chiostrina fino al quarto piano. Un colpo che l'affittuario insoddisfatto, il noto architetto Maurizio Ranzi, tra i fondatori della facoltà di Architettura all'Università Roma 3, pagherà a 85 anni, con un processo dalla doppia imputazione: deturpamento e modifica dello stato dei luoghi.

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Nel caso un palazzo di pregio in via del Seminario di proprietà dell'Isma - l'istituto di Santa Maria di Aquiro, ente pubblico per l'assistenza e la beneficenza - fermamente contraria a qualsiasi intervento sull'edificio, nonostante l'ormai impossibilità dell'ultimo inquilino a salire e scendere i quattro piani di scale, vista l'età e una invalidità riconosciuta col cento per cento.
L'INCHIESTA
A piazzale Clodio per ora nessuno sconto per l'architetto. Il pm Roberto Felici ha chiesto e ottenuto per Ranzi il rinvio a giudizio con l'accusa di aver «installato, senza autorizzazione dell'Isma, proprietaria dell'edificio, un montacarichi all'interno di una chiostrina», per di più «demolendo parzialmente un lavatoio, una finestra in legno e un parapetto al fine di realizzare un balcone di passaggio che gli consentisse l'accesso dalla piattaforma al fabbricato e viceversa». Il braccio di ferro tra l'inquilino e l'ente, che ora punta a un risarcimento danni da decine di migliaia di euro, va avanti da anni.

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Ranzi, che vive nel palazzo di pregio storico artistico dal 1974 in un appartamento di 136 metri quadri, aveva resistito anche di fronte a uno sfratto notificatogli nel 2014 per finita locazione, riuscendo a strappare un rinnovo che gli imponeva il pagamento di 2.200 euro di pigione, quasi 30mila euro di arretrati e la sottoscrizione di un patto di «completa e incondizionata rinuncia a qualsivoglia miglioria». Patto che l'inquilino nel 2019 decide di violare visto che con l'avanzare dell'età non riesce più a muoversi con disinvoltura. Prova prima a chiedere all'ente la possibilità di avere un ascensore (che prima sembra essergli riconosciuto dal Cda) ma alla fine si accontenta anche di un elevatore. Poi si rivolge al giudice civile.

L'Isma non molla e il giudice rigetta la domanda. Il palazzo è di un ente pubblico e la competenza, specifica la sentenza, è del giudice amministrativo. Poi è l'Isma a citare davanti al giudice l'inquilino-architetto, ideatore del montacarichi. E stavolta non ottiene ragione nonostante il perito nominato dal giudice sottolinei che per manovrare l'elevatore, usato di solito nei cantieri, occorra personale esperto. Ora l'apertura di un processo penale. E la costituzione dell'Isma come parte civile, convinta che l'opera sia stata costruita anche contro i pareri della Soprintendenza Archeologica e del Comune. «La vicenda ha dell'incredibile», dice il difensore di Ranzi, l'avvocato Gianluca De Fazio, «Un ente di beneficenza e di assistenza che vuole impedire ad un uomo invalido e malato di vivere nella casa della sua vita. Confidiamo nel corso giustizia che già in sede civile ha ritenuto fondate le sue ragioni». Ranzi d'altronde è sempre stato convinto di avere ragione: «Ho dovuto agire a mie spese per superare le barriere architettoniche».
 

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