Lo scrittore Mirko Zilahy: «All'Ostiense, l'orologio sciolto all'ombra del Gazometro»

Lunedì 6 Aprile 2020 di Mirko Zilahy
Il Gazometro, simbolo del quartiere Ostiense

Sopra l'alto reticolo d'acciaio frullano gli elicotteri e le ali dei gabbiani. Il grande Gazometro, l'ombelico ferroso di quest'area enorme e multiforme, sorveglia i ponti sul Tevere che divide Ostiense da Marconi, vigila sui relitti della Mira Lanza (oggi teatro India) e custodisce i segreti del Porto Fluviale e dei Mulini Biondi. Ogni tanto un'auto rianima i mille scricchiolii del Ponte di Ferro.
Sono le macchine della municipale, dei carabinieri o le carrette militari che si fermano tra via Fermi e il lungotevere Pietrapapa dove Pasolini andava a camminare e Visconti (tra i tanti registi che hanno scelto queste sponde), ha girato qualche scena di Bellissima, con la Magnani. Nemmeno l'eco del fracasso di Porta Portese sopravvive in questi giorni che sembrano un ferragosto col freddo di febbraio. Piazza della Radio, Oderisi da Gubbio e viale Marconi: l'anima industriosa e arrugginita della capitale che fu, è scemata in un soffio che sa di quarantena.
La casa dove abito con la mia compagna e i nostri due figli affaccia su un grande cortile interno insieme ad altre tre palazzine verdi. Un condominio nel condominio, un modo diverso di intendere la vita, il backstage, il dietro le quinte delle nostre esistenze. Dove di solito facciamo lavatrici, stendiamo i panni, usciamo in pigiama, ci fermiamo a pensare, coltiviamo piantine e, magari, leggiamo un bel libro.
È cambiato un po' tutto, in famiglia vige un fuso orario di tre ore rispetto alla norma scandita dai ritmi della scuola e dei pasti che svela un altro tempo e, insieme, un altro modo di vivere lo spazio.
Il balcone non è mai stato tanto verde di germogli e nuove piante. I primi giorni della serrata ci si affacciava in cerca di uno sguardo, di un nome, di una canzone che ci tenesse insieme, confortandoci e raccontandoci un po' chi siamo. Alle 18 una signora dal balcone di fronte agita un campanaccio e il flash-mob inizia con una ragazza che canta con amplificatore e microfono Highway to Hell degli AC/DC. Lentamente, gli altri raggiungono i terrazzi, propongono canzoni, bevono un bicchiere, chiacchierano, salutano, in un'atmosfera che sa proprio di teatro, ma più intimo. Come se si aprisse una finestra sulle nostre esistenze agli altri, come se dicessimo «Io sono questo, non abbiate paura».
Marzo è trascorso così, con una strana lentezza, come fosse un anno intero. Come in un quadro di Dalì, l'orologio del nostro tempo interiore si è sciolto e in questo tempo liquido percepisco qualcosa di sfuggente, che mi annoia, e mi allerta. Qualcosa è cambiato. Il passo e la distanza, innanzitutto. Il passo rapido di chi scivola fuori di casa, furtivo e spaventato. In fila all'esterno del supermercato mi accorgo che la distanza tra noi supera abbondantemente il metro di sicurezza imposto dai provvedimenti per arginare il Covid-19.
A dire il vero nel mio piccolo campo non c'è molto di diverso, continuo a chiudermi nello studio a lavorare con gli stessi orari di prima ma manca qualcosa nella qualità dell'aria.
Non rimpiango le polveri e i veleni degli ingorghi romani, ovviamente, ma il chiacchiericcio minuto dei bambini, il suono rassicurante del traffico, il martellio dei clacson sullo sfondo. Mi mancano i trecento metri percorsi su e giù per portare i figli a scuola, riprenderli per riaccompagnarli a fare sport. Insomma la vita, il movimento. Non mi muovo, non esco, non sono libero. Peggio, non mi sento libero di pensarmi libero. Ma resisto. Resisto con le tonnellate di compiti a casa, i giochi da inventare, le risse tra fratelli, il confortante appuntamento coi pasti.
Resistere, adesso, vuol dire piantare nuove radici, restare saldi, non cedere all'urto. Vuol dire stare a casa e non lasciarsi spaventare dalla noia. Vuol dire immaginare più di quanto già non faccia per mestiere. La reclusione costringe la mente a cercare spazi nuovi, ad allargare quelli che paiono confini invalicabili. E allora tutto cambia nella mia testa. Elicotteri, gabbiani e mascherine sono solo il carnevale del grande sud di Roma. La sospensione dalla presunta normalità è tutta qui. Oppure no. Sono di nuovo le 18 e al quinto piano c'è un vecchietto con la fisarmonica che intona Bella ciao.

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