Roma, uccide l’amico a coltellate: lui assolto, psichiatri nei guai

Massimo Monteneri, la vittima
di Adelaide Pierucci
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Sabato 3 Aprile 2021, 02:11 - Ultimo aggiornamento: 08:24

Si rifiuta di prendere psicofarmaci e in preda a una crisi allucinatoria uccide con dieci coltellate un amico. Assoluzione piena per l’omicida, rischio condanna per il medico del Centro di salute mentale che lo aveva in cura e per due psichiatri della struttura che, nonostante una segnalazione, non sono intervenuti poco prima dell’omicidio. È il risvolto giudiziario dell’omicidio di Massimo Monteneri, cinquantenne della Serpentara di Roma, avvenuto il 20 ottobre del 2017. La vittima, da qualche giorno, era ospite in via Lablache in casa di Marco De Silli, amico dai tempi dell’oratorio, quando è stato aggredito e ucciso. 

Massimo Monteneri, la vittima


I FATTI
Già dal primo mattino De Silli era sembrato più nervoso del solito. A tratti delirava. La sorella, preoccupata, allora si era presentata al Csm, dove Marco era in cura da anni, per chiedere un intervento immediato. Dalla struttura, sempre in via Lablache, a pochi decine di metri, i medici avrebbero potuto recarsi nella casa del paziente per sollecitare un trattamento sanitario obbligatorio, oppure cercare di contenere la crisi, ma sono rimasti nei loro studi. Dopo poco De Silli ha bussato a un vicino di casa farneticando: «Ho salvato il mondo». Aveva massacrato con un coltello da cucina l’amico. La sentenza del Tribunale di Roma ha stabilito che l’assassino non era cosciente mentre sferrava i fendenti. Dovrà restare per un anno in una residenza giudiziaria per malati psichiatrici. La giustizia, però, ha seguito il suo percorso. Per la procura, infatti, l’omicidio poteva essere evitato. E dopo anni ha presentato il suo conto. 


LE ACCUSE
Per Alessandro Antonucci, responsabile del Csm di via Lablache è stata chiesta la condanna in abbreviato a 8 mesi di carcere per concorso colposo in omicidio volontario. Mentre per due psichiatri della struttura, quel mattino di turno, Demetrio Pedullà e Chiara Riitano, è stata avanzata richiesta di rinvio a giudizio con l’accusa di rifiuto di atti d’ufficio. La valutazione ora spetterà al giudice. Il dottor Antonucci, in base alla ricostruzione del pm Elena Neri, in qualità di medico curante di Marco De Silli, paziente affetto da una grave forma di schizofrenia paranoide caratterizzata da scatti violenti e aggressivi, non avrebbe controllato in maniera opportuna l’assunzione regolare dei farmaci del proprio assistito, trascurando anche di sottoporlo a visite regolari.

«Visite - si precisa - avvenute in modo sporadico e in numero non adeguato, omettendo tra l’altro trattamenti alternativi rispetto a quelli rifiutati dal paziente per contenere la pericolosità dello stesso, determinando così il peggioramento della malattia che ha portato De Silli, in preda a una crisi allucinatoria, a uccidere, mentre si trovava in totale incapacità di intendere e di volere». I due colleghi, invece, per il magistrato, si sarebbero «Rifiutati di effettuare ogni atto del proprio ufficio» nonostante l’insistente richiesta della sorella del De Silli. I fratelli di Massimo Monteneri, assistiti dall’avvocato Fabio Casciani, si sono costituiti parte civile: «Una morte orribile, doveva essere evitata». Mentre Gianluca Luongo difensore di Antonucci, commenta: «Non c’è stato alcun buco nella terapia, il mio cliente era in ferie quel giorno e comunque l’allarme è stato dato troppo tardi». 
 

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