Roma, neonata morta nel Tevere, pm costretto ad archiviare

Domenica 29 Dicembre 2019 di Adelaide Pierucci
Gli agenti della Scientifica al lavoro sul luogo dove a luglio è stato ritrovato il corpo della neonata
Non si saprà, se in un gesto estremo di pietà, sia stata cullata prima di essere gettata nel fiume, all'altezza di Mezzocammino. Se chi l'ha buttata come un fagotto ha agito per follia o costrizione. O se ci sia solo stato un atto di spietatezza, di ferocia dietro quel lancio. Magari da parte della mamma che l'aveva partorita da poche ore, oppure, chissà, da parte di chi potrebbe avergliela strappata. La procura di Roma ha chiesto l'archiviazione per il caso della neonata ripescata i primi di luglio nel Tevere.

Non è stato possibile identificare la madre. Non si è saputo nulla su chi, per disfarsene, abbia deciso di lanciarla nel letto di un fiume invece di lasciarla in un angolo di una chiesa.
Per mesi sono stati monitorati i pronto soccorso degli ospedali di Roma e dell'intero Lazio in cerca di puerpere. Ma l'unica pista, che all'apparenza è sembrata risolutiva, si è rivelata infondata. A due settimane dal ritrovamento della piccola una giovane rom, domiciliata in quell'area del Tevere, in preda a una infezione dilagante, aveva deciso di ricorrere alle cure di un ospedale romano.

L'allerta era scattata immediatamente. Lo stato infettivo per i medici era risalente da giorni e da ricollegare a un parto o comunque all'espulsione di un feto in stato avanzato. «Non ho partorito - ha detto la giovane - Ho avuto un aborto e il feto l'ho perso». Gli investigatori non hanno trovato traccia dell'eventuale corpicino, né la donna aveva indicato il punto in cui lo aveva espulso, così si era rafforzata l'ipotesi che la donna potesse essere la madre della piccola rinvenuta nel fiume. La comparazione dell'esame del dna della donna con quello della bambina ha escluso qualsiasi familiarità.

Ad occuparsene Emiliano Giardina, il docente dell'Università di Tor Vergata, esperto in genetica forense. Il dottore, che già in passato ha collaborato con la Polizia scientifica della Direzione Centrale Anticrimine e con diversi tribunali, è tra le figure più esperte in materia. È a lui che gli inquirenti che si occupavano dell'omicidio di Yara Gambirasio si sono rivolti in cerca di una svolta capace di incardinare le indagini. E il medico non li aveva delusi. Analizzando circa 700 campioni di Dna, un'impresa unica al mondo, aveva associato il nome di Massimo Giuseppe Bossetti, poi condannato all'ergastolo, a quel campione schedato come ignoto 1. In questo caso, pero, il professor Giardina non ha potuto fare miracoli. Il dna della piccola è stato isolato, ma mancano elementi di confronto. Il pm Silvia Santucci, che ha coordinato l'indagine, ritiene che in mancanza di un elemento di confronto sia per ora impossibile dare una identità alla piccola. L'ultima parola sulla chiusura dell'inchiesta ora spetterà al giudice per le indagini preliminari.

Quel poco che si sa della piccola è emerso con l'autopsia. Era sana, nata a termine, di razza caucasica. Ed è morta affogata. Al momento del lancio insomma era viva. Non era stata asfissiata prima, come ritenuto in un primo momento. E' possibile che a ostruirle le vie aeree sia stato solo un rigurgito, magari avuto nel momento del lancio. «Stavo mettendo le reti sotto riva, ho visto una cosa galleggiare, sembrava un bambolotto», ha detto Cesare Bergamini, 79 anni, pescatore sul Tevere dal 1947, protagonista nel film Sacro Gra. Era stato lui a dare l'allarme, il 6 luglio. «Quando mi sono avvicinato - ha raccontato ancora - ho visto che era una bambina. Aveva il cordone ombelicale a penzoloni. L'ho legata a riva e ho chiamato i vigili del fuoco. E' stato uno strazio». I primi di agosto, a un mese dal recupero, per la piccola è stato celebrato un funerale. A salutare la piccola bara bianca trecento persone.

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