ROMA

Riciclaggio e spaccio: gli "affari" delle famiglie di 'ndrangheta entrate nella Capitale

Venerdì 21 Febbraio 2020 di Camilla Mozzetti
Quando Filippo Morgante, 48 anni, considerato reggente della cosca Gallico di Palmi, una delle storiche ‘ndrine della provincia di Reggio Calabria, fu arrestato nella Capitale il 21 gennaio del 2018, era già latitante da un anno. I carabinieri gli strinsero le manette ai polsi di fronte a un bar sulla Tiburtina, non distante dal suo rifugio: un appartamento preso in affitto, tramite una seconda persona, da un calabrese all’interno di un comprensorio in via del Forte Tiburtino. Per 365 giorni Morgante era rimasto lì, mimetizzato, nascosto tra le mura di un normalissimo appartamento, in mezzo alla gente, in un quartiere popolare che viveva con tranquillità: uscendo a piedi anche di giorno con l'unica accortezza di coprirsi il volto con un berretto da baseball. Per capire e comprendere la ‘ndrangheta, diversamente da altre associazioni criminali, bisogna vederla in questo modo: da una parte mafia ancora radicata in territori brutalmente arcaici e al contempo ramificata in mezzo mondo, ma dall’altra parte infiltrata nel vivere quotidiano, mimetizzata in una città come la Capitale che non viene intesa come terra da “controllare”, diversamente ad esempio da quanto accaduto in Lombardia con Milano o in Piemonte con Torino, quanto più come zona da spremere. Roma deve fare questo: dare indietro in termini di profitti.

IL RAPPORTO DELLA DIA
«L’emigrazione della ‘ndrangheta di oggi, specie quella verso la Capitale - si legge nell’ultimo rapporto della Direzione investigativa antimafia - ha certamente lo scopo di riciclare e reimpiegare i proventi illeciti conseguiti nelle aree di provenienza e di avviare nuove attività criminose, principalmente legate al narcotraffico e proiettate verso il gioco d’azzardo». Ma anche di infiltrarsi nel tessuto economico e finanziario della città, facendolo di soppiatto, velatamente nella forma ma non nella sostanza. Le ultime inchieste lo hanno confermato, più di un investigatore ne conviene: la presenza della ‘ndrangheta - o per meglio dire delle varie ‘ndrine - è molteplice e numericamente significativa rispetto alla camorra o alla mafia siciliana. La struttura è senz’altro complessa, ma non gerarchica anche perché le cosche calabresi riconoscono la presenza di organizzazioni criminali autoctone con cui scendono a patti più che decidere di far loro la guerra. Un esempio? La “cordata” Alvaro-Casamonica che nel 2009 ha fatto emergere i rapporti e le attività criminali tra la ‘ndrina di Sinopoli (in provincia di Reggio Calabria) e gli esponenti del clan nomade. Ma non è un’eccezione. La ‘ndrina Gallace-Novella di Guardavalle, provincia di Catanzaro, presente anche ad Anzio e Nettuno, ha nel tempo tessuto rapporti con famiglie criminali autoctone (Romagnoli e Andreacchio) nello spaccio degli stupefacenti. Rapporti in tal senso emergono già dal 2013 e sono stati poi suffragati dalle operazioni “Venusia” e “Caracas”.  

LE FAMIGLIE
Nella Capitale - e sono sempre le risultanze delle attività investigative a dirlo - operano famiglie storiche del reggino come i Tegano, i Bellocco, i De Stefano e anche i Molè, i Piromalli, i Pesce, i Pelle. La ‘ndrina Fiarè, originaria di Vibo Valentia, legata al clan Mancuso è risultata attiva in varie zone del Centro nell’acquisizione e gestione di attività commerciali e imprenditoriali usate come bacino di riciclaggio. Sempre gli Alvaro in combutta con la cosca Palamara portano avanti gli affari illeciti nella ristorazione e nelle acquisizioni immobiliari. La ‘ndrina Mazzagatti, Poligami, Bonarrigo - originaria di Oppido Mamertina (in provincia di Reggio Calabria) - ricicla denaro sporco e traffica in stupefacenti soprattutto nell’area di Spinaceto e Tor de’ Cenci. A luglio del 2018 con l’operazione “Gioia Tauro ai Castelli” furono arrestate tre persone inserite nella gestione di hotel e case vacanze nella Capitale e a Rocca di Papa, considerate affiliate alla ‘ndrina Molè. Ne emerge un quadro abbastanza chiaro e articolato, con famiglie di ‘ndrangheta che si legano tra loro, anche attraverso matrimoni, e sfruttano al meglio il tessuto imprenditoriale della Capitale, senza trascurare le tipiche attività legate all’usura, all’estorsione allo spaccio. A conferma, le operazioni più recenti di polizia e carabinieri. Come quella del luglio dello scorso anno contro alcuni esponenti delle ‘ndrine Morabito, Mollica, Scriva, Palamara che - anche grazie al supporto di ex esponenti della Banda della Magliana  - avevano messo le mani su imprese e aziende a Rignano Flaminio, Morlupo, Sant’Oreste, Capena, Sacrofano e l’operazione dei carabinieri di qualche giorno fa contro la cosca Marando che ha sgominato una consolidata e florida piazza di spaccio all’intero dei lotti popolari di San Basilio. 
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