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Morto il pianista Adriano Urso, il mondo del jazz romano in lutto

Il pianista Adriano Urso morto a causa di un infarto, in foto nella sua ultima esibizione all'Ellington Club
di Roberta Savona
4 Minuti di Lettura
Lunedì 11 Gennaio 2021, 13:50 - Ultimo aggiornamento: 15:08

È stato stroncato da un infarto a poco più di 40 anni il pianista romano Adriano Urso, fratello di Emanuele Urso - The King of Swing, con cui per tutta la vita ha condiviso i palcoscenici jazz più importanti d’Italia, affermandosi tra i maggiori esponenti e protagonisti della scena musicale retró.
La morte del pianista è accaduta nella piovosa serata di domenica 10 gennaio 2021, quando la sua auto d’epoca, - la ultra cinquantenaria 600 color blu di cui era orgoglioso proprietario - si è bloccata per strada e, insieme ad un passante fermatosi per prestargli aiuto, Adriano Urso è riuscito - dopo alcuni faticosi tentativi - a rimettere in moto il veicolo. Il grande sforzo messo in atto per riavviare la vettura, ha provocato il malore che gli è stato fatale. 

In breve la notizia si è diffusa tra i musicisti e artisti che negli anni si sono esibiti con lui e che ne ricordano il grande valore. La voce rotta dal dolore del performer Mirko Dettori, è tra le prime ad informare i colleghi a Urso più vicini. «Non posso crederci, è una perdita incolmabile. Proprio ora, nell’odiosa piattezza di una vita ordinaria e lontana dal palcoscenico, se ne va un grande artista. Gli va dato il prestigio che merita. Chi l’ha conosciuto ha trovato in lui un grande amico, una compagnia divertentissima ed una persona assolutamente unica per genio e follia», ricorda Dettori tra le lacrime.
«Perdo uno dei miei più cari amici. Con lui se ne va un importante archivio, un patrimonio enorme. Lo chiamavo Urson “Welles” – perché assomigliava al regista - e gli dicevo di non pensare a questo momento e di prenderci un pianoforte per andare a suonare insieme a Via del Corso», dichiara la cantante e amica Adèl Tirant, ancora in stato confusionale e, aggiunge «È come se lui fosse realmente immerso in quell’epoca, come se la sua stessa esistenza fosse un errore carmico. Non ci sono sufficienti parole per descrivere il vuoto che lascia».

Sopraffatto dal dolore che lascia spazio solo alle lacrime è Alessandro Casella, il cui Ellington Club al Pigneto, è stato tra gli ultimi palchi calcati da Adriano Urso. Una profonda conoscenza e amicizia ha legato il musicista all’organizzatore romano, le cui collaborazioni con la famiglia Urso hanno contribuito a formare e rinsaldare la scena dell’intrattenimento vintage nella capitale, sin dai fasti del Micca Club a Porta Maggiore. «Uno dei musicisti più sensibili che io abbia mai conosciuto. Il suo modo di esprimersi era in musica. Sulla musica ha investito tutta la sua vita, nonostante fosse laureato in farmacia – di recente, causa covid e con palchi chiusi, aveva ripreso l’attività di rappresentanza. - Io e Vera Dragone abbiamo avuto la fortuna di vederlo a dicembre, per incidere un disco con lui. Lavorare con lui e sentirlo esprimersi in modo così profondo, come in esibizioni di piano solo, rendevano il reale ed altissimo livello del suo virtuosismo. Un pianista di grande spessore e collaborare è stato per noi è stato un vero onore», conclude Casella.

Pianista d’eccezione, arrangiatore e trascrittore delle più belle pagine della storia del jazz. Figlio del contrabbassista Alessio con cui, sempre insieme a suo fratello Emanuele, ha formato un trio prima ed una band poi, riconosciuta ovunque per la grande energia e raffinatezza del loro Jazz, ricordo tangibile della Swing-Era. Studioso del pentagramma ed entertainer di professione, con migliaia di concerti all’attivo e centinaia di pagine manoscritte e tradotte in performance che da sempre, hanno allietato e regalato felicità al pubblico che lo seguiva. Una formula potente la loro, che ha attirato il pubblico dimostrando che la grande musica non ha età e che il divertimento può passare attraverso il “semplice” ascolto di successi musicali meravigliosi e che il Jazz è innanzitutto Swing.  

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