Luca Barbarossa e il suo quartiere: «Monteverde, tra silenzio e il miracolo Spallanzani»

Mercoledì 1 Aprile 2020 di Luca Barbarossa
Strade deserte a Monteverde

Ogni quartiere ha il suo suono, il suo respiro vitale. Monteverde è ancora un quartiere di artigiani, di piccole botteghe, di gente residente che si incrocia nei mercati rionali, si saluta, si conosce da anni. È questo contatto continuo il suo suono, il suo rumore. Certo il traffico non manca neanche qui, invade le nostre strade fino quasi a soffocarle ma resiste una parvenza di vita di paese, di comunità che si riconosce in se stessa. Ogni anno a Ferragosto ci diciamo che Roma così non l'avevamo mai vista, non c'è nessuno, è tutto chiuso. Ma dde che! Non avevamo mai fatto i conti con una situazione come quella che stiamo vivendo, altro che Ferragosto, qui ci siamo tutti ma rintanati nelle case, spaventati, in lutto, con lo spettro di quello che ci sta accadendo intorno. Siamo sospesi perfino all'interno delle mura domestiche, le nostre attività sono più silenziose del solito, siamo attoniti, aspettiamo il tempo, lo ascoltiamo più che viverlo.

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Ogni tanto apro le finestre e sparo un po' di musica, dal computer o dal vivo. Si, dal vivo! Ho cantato per il vicinato. Si sono affacciati tutti, come per dire: ma allora questo almeno si può fare. Sì, si può fare! Ci si può toccare con le note senza pericolo di contagio, possiamo cantare insieme, ascoltare la stessa musica, si possono battere le mani, partecipare, ci si può scoprire più simili e uniti di quanto non credessimo. Si piange con poco in questi giorni, specialmente quando cala il buio e col buio il bollettino delle sofferenze, del sacrificio estremo dei nostri operatori sanitari, delle vittime di questo stramaledetto virus. Ma io ho avuto il privilegio di commuovermi per l'applauso di tutto il vicinato dopo aver cantato per loro e con loro. Non li vedevo dal mio studiolo ma li ho sentiti fortemente. È stato un applauso liberatorio, disperato e fiducioso, grato e affettuoso. Voleva dire: siamo qui, siamo quelli che fanno il suono del nostro quartiere, siamo gli artigiani, i proprietari dei cani, i bambini, i nonni, i padri e le madri che ogni giorno si alzano e passano per Largo Ravizza e mandano avanti questo baraccone che a volte malediciamo ma che quando si ferma ci manca fino a devastarci.

È cambiato il suono del mio quartiere e stiamo cambiando pure noi, ci stiamo scoprendo, conoscendo, in questa inverosimile pausa forzata: anche Villa Pamphili è chiusa. A pochi passi da qui c'è lo Spallanzani, un miracolo romano, come del resto lo è il Gemelli e tante altre realtà ospedaliere della nostra città. Allo Spallanzani stanno affrontando questa pandemia con una competenza che deriva da decenni di esperienza nelle malattie infettive. Combattono una battaglia dura ma lo fanno con le giuste armi; nessun contagiato nel personale sanitario, vorrà pur dire qualcosa. Per fortuna qui non c'è stata la concentrazione di casi della Lombardia e questo ha dato modo di gestire ricoveri e terapie senza l'affanno che si è creato in altre zone d'Italia.

Io resto a casa, diciamo tutti a gran voce, per evitare la diffusione del virus. Non dobbiamo abbassare la guardia su questo punto, non siamo nemmeno a metà del guado.
Ma sappiamo bene che alcuni servizi devono essere garantiti, cibo, spazzatura, mezzi pubblici, lavori essenziali per la comunità, vedi assistenza sanitaria. Tra questi c'è anche il servizio pubblico, l'informazione e l'intrattenimento. Dal canto mio ogni mattina vado in onda con Radio2 Social Club, con tutte le precauzioni del caso. La Rai sta garantendo un servizio ininterrotto che da una parte informa le persone e dall'altra cerca di non far mancare quella compagnia e quel senso di comunità che la radio in modo particolare ha sempre saputo esprimere, anche in tempo di guerra. Esco da casa attraversando una città deserta e irriconoscibile, entro in studio e alle 10:35 si accende la lucetta rossa della messa in onda. Passiamo insieme un'ora e mezza, nella quale si cerca di regalare qualche sorriso, qualche piccola emozione attraverso la musica e le parole. Con Neri Marcorè, in studio, e Andrea Perroni da casa, ma soprattutto con il calore degli ascoltatori.

Torno a casa e non esco più, scrivo, suono, organizzo la puntata del giorno dopo, mi confronto con amici e famigliari. Se c'è il sole esco in terrazza e a volte ho la fortuna di parlare con qualche vicino che ha il privilegio come me di uno sfogo esterno. Così da balcone a balcone ci si saluta, si chiacchera un po', si cerca di ricreare in piccola parte il suono vitale del nostro quartiere. Come state? Tutti bene? Grazie per ieri, dà fastidio la musica? No anzi, ti prego continua quando puoi che noi partecipiamo, è l'unico momento distensivo della giornata. Ogni quartiere ha il suo suono, in questi giorni prevale il silenzio. In uno spartito è normale imbattersi in una pausa tra una nota e un'altra. Attendiamo insieme la prossima sequenza di note. Siamo una grande orchestra e torneremo a suonare insieme.
 

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