Roma, Galioto perseguitava i clochard: sulla sua vittima anche i morsi del cane

Mercoledì 13 Maggio 2020 di Adelaide Pierucci

Forte di essere scampato da un ergastolo faceva il capetto nel Lungotevere. L’aria trasandata da punkabbestia, il labrador sempre al guinzaglio, e pronto all’occorrenza a sferrare calci con gli scarponi o pugni uncinati per dettare legge su Ponte Sisto. Le indagini sulla morte di Petret Stoica, il clochard romeno di 38 anni che girava il mondo in bicicletta con un gatto aggrappato al collo, ammazzato giovedì scorso sulla banchina del Tevere ridisegnano un altro volto di Massimo Galioto, il sospetto assassino.
Non più di un quarantenne sconclusionato che per sfuggire al consumismo aveva scelto una vita minimal in tenda, mangiando pasti offerti o scaduti, ritrovatosi suo malgrado da innocente in mezzo a risse e omicidi senza colpevoli. Galioto è un picchiatore. Chi sostava in zona doveva sottostare ai suoi comandi, altrimenti scattavano le sue punizioni, alimentate da improvvisi e pericolosi raptus. Lo hanno riferito i primi clochard sentiti dalla polizia, anche se i più sono scappati per paura di ritorsioni. E proprio di botte è stato ucciso Petret Stoica.

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L’autopsia ha rivelato più traumi e all’apparenza morsicature di un cane, soprattutto alle gambe. Il medico legale de La Sapienza Marco Straccamore, però, consegnerà gli esiti definitivi e ufficiali solo tra due mesi, dopo aver ultimato accertamenti al microscopio. Restano infatti da definire i tipi di lesività riscontrati, per accertare se cagionati effettivamente a mani nude oppure con un bastone, da una catena, o da un altro corpo contundente, ma anche dalla dentatura di un cane. Agli atti, per ora, ci sono un paio di filmati che saranno sottoposti a perizia e che riprenderebbero la scena del pestaggio, e le testimonianze di due passanti. Eppure il delitto sembra celare ancora alcune ombre.
LE OMBRE
Il pm Marcello Cascini il magistrato che ha chiesto e ottenuto l’arresto per omicidio volontario di Galioto vuole ricostruire anche il movente del delitto, finora incomprensibile. La prima ipotesi ventilata, della reazione del romeno a una rapina di Galioto, non ha avuto ancora riscontri. Massimo Galioto di certo non viene creduto. «Appena mi sono avvicinato l’ho visto agonizzante. Non l’ho ucciso io», si è difeso durante l’interrogatorio di garanzia. Una versione quasi coincidente a quella fornita per il caso dell’omicidio di Beau Solomon, l’universitario statunitense di 19 anni annegato nel Tevere con una spinta la notte del 30 giugno del 2016 nel Tevere a poche ore dal suo arrivo a Roma. «Non so chi lo abbia spinto - si era difeso allora Galioto - Io ero là. Ma non sono stato io, ne’ saPrei dire chi sia il colpevole».
A ottobre il punkabbestia di Ponte Sisto si dovrà presentare in Corte di Appello. La procura, infatti, ha presentato ricorso contro la sua assoluzione per la morte del ragazzo americano. «Un appello del tutto infondato», secondo il difensore Michele Vincelli, che aggiunge: «Riguardo il nuovo caso ci sono ancora troppe incognite che potranno essere chiarite soltanto con gli accertamenti investigativi». 

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