Omicidio Cerciello, il fratello: «Questa sentenza lava il fango gettato su Mario»

Omicidio Cerciello, il fratello: «Questa sentenza lava il fango gettato su Mario»
di Daniela Spadaro
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Venerdì 7 Maggio 2021, 06:37 - Ultimo aggiornamento: 8 Maggio, 10:02

Paolo Cerciello Rega è il fratello minore di Mario, il carabiniere morto in servizio nella notte del 26 luglio 2019, finito da undici coltellate per mano di Finnegan Lee Elder, condannato per l'omicidio in concorso con Gabriel Natale Hjorth. Nell'aula bunker di Rebibbia, Paolo ha seguito tutte le udienze, è stato ascoltato come parte civile e ha raccontato il suo rapporto con il fratello. Paolo c'era anche l'altra sera, in aula, ad ascoltare la sentenza. «Avevamo sempre chiesto giustizia e mai vendetta, questa sentenza lava tutto il fango che hanno provato a gettare su Mario ma non può darci l'unica cosa che vorremmo, non può riportarlo indietro, ma rispecchia la gravità dei fatti e il modo barbaro e crudele in cui mio fratello ha perso la vita».

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Ha guardato negli occhi Elder e Hjorth?
«No, perché avrei dovuto? Ho pensato a Mario, ho abbracciato sua moglie, ho guardato la foto che lei ha sempre tenuto stretta tra le mani. Non è stato facile combattere contro chi provava a sporcare la memoria di mio fratello, ora la verità è limpida, chiara: lui faceva il suo lavoro ed è morto così, con coraggio, mentre compiva il suo dovere».

 


Come è cambiata la sua vita da quel 26 luglio di quasi due anni fa?
«Ho sofferto moltissimo, mi è stato strappato un pezzo di vita, di cuore. Mario era mio fratello ma era anche molto di più. Quando mio padre morì, nel 2009, lui si assunse tutte le responsabilità di un capofamiglia, era il punto di riferimento di noi tutti. Non c'è stato solo il dolore, la nostra vita è cambiata, in quel periodo io lavoravo a Ravenna e vivevo lì con la mia famiglia. Siamo tornati in Campania per stare accanto a mia madre e mia sorella, mia moglie anche lei un carabiniere ha chiesto il trasferimento, e io ho dovuto cercare lavoro a Somma Vesuviana dove ora lavoro come operatore ecologico. Andiamo avanti, con questo dolore sordo che non credo ci lascerà mai».


Quali sono gli ultimi ricordi che ha di suo fratello?
«Eravamo insieme a Somma Vesuviana nei giorni precedenti, ci eravamo occupati del noccioleto, nella nostra campagna. E poi il suo matrimonio, appena un mese prima, un giorno bellissimo. I ricordi non li porterà via nessuno, tutti questi mesi, questi anni anzi, in cui hanno tentato di farlo apparire una persona diversa da quella che tutti sapevamo fosse non hanno scalfito di un millimetro le nostre convinzioni, le certezze. La sentenza che attendevamo ora c'è, ma noi sapevamo già chi era mio fratello: un uomo perbene, un carabiniere coscienzioso, una persona esemplare».


C'è qualcosa che vorrebbe dire ai suoi assassini?
«Non ho nulla da dire a loro, devo soltanto dire grazie alla Corte d'Assise di Roma per l'intenso lavoro svolto anche durante i mesi di lockdown e grazie al mio avvocato Ester Molinaro e allo studio del professor Coppi per il modo in cui sono stati al mio fianco e si sono battuti per difendere l'onore di un carabiniere morto mentre era servizio del nostro Paese».


A Somma Vesuviana - la sua città e quella di Mario - qualche tempo fa è stato piantato un melograno in ricordo di suo fratello, la sua tomba svetta all'ingresso del cimitero comunale, ora si parla di intitolargli una scuola...
«Posso solo essere orgoglioso che si ricordi il nome di mio fratello, parlerò di lui ai miei figli, racconterò dello zio che amava così tanto l'Arma, che era riuscito a fare quel che sognava, del suo amore incondizionato per la divisa, quella per cui è morto. Un esempio, un doloroso esempio».

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