Mafia a Roma, smantellato il clan Fragalà. Le intercettazioni del boss: «Se mi tradisce un figlio lo ammazzo»

Martedì 4 Giugno 2019

«A Torvajanica comandano i Fragalà». Così Ignazio Fragalà parlava, in una conversazione intercettata a febbraio 2016. Il clan attivo soprattutto a Ardea, Pomezia e Torvajanica è stato sgominato grazie all'operazione «Equilibri»: sono stati eseguiti 31 arresti e perquisizioni in provincia di Roma e Catania. I carabinieri del Ros, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, hanno disarticolato il sodalizio mafioso operante nell'area metropolitana romana: 31 gli arresti (28 in carcere e 3 ai domiciliari) per associazione di tipo mafioso e per i reati - aggravati dal metodo e dalle finalità mafiose - di estorsione, danneggiamento seguito da incendio, detenzione e porto abusivo di armi, traffico di stupefacenti, trasferimento fraudolento di valori e favoreggiamento personale.

Mafia, smantellato il clan Fragalà: trovato manoscritto di affiliazione

Un clima di intimidazione ai danni di commercianti e imprenditori locali era stato creato dal clan: i comemrcianti erano costretti a subire estorsioni attraverso attentanti dinamitardi e minacce. L'operazione ha consentito di scoprire anche un consistente traffico di sostanze stupefacenti del tipo cocaina, marijuana e hashish, importate dalla Colombia e dalla spagna grazie ad alleanze con gruppi criminali camorristici e siciliani.

LE INTERCETTAZIONI - «Qua se c'è qualcuno che comanda sono i Fragalà e basta. A Torvajanica abbiamo sempre comandato noi. La prossima volta che rientra qua, ti faccio uscire con i piedi davanti. E vai a dirlo a Sebastiano» disse Ignazio Fragalà nel febbraio 2016 durante una conversazione intercettata: il boss stava parlando con  due persone che consideravano il pregiudicato locale, Sebastiano Giuliani, come un criminale egemone nella zona del litorale romano. «Io quando mi sento tradito da qualcuno, che potrebbe anche essere mio padre o mio figlio, io gli sparò. Dice 'che ammazzeresti tuo figlio?' Sì sì, perché no, Se mio figlio cammina con me, facciamo il reato insieme e mi tradisce, io lo ammazzo» ha detto in una conversazione captata dagli investigatori nel 2015 il boss Alessandro Fragalà, finito oggi in manette.  
 

​La famiglia Fragalà non temeva nessuno, tanto da mettersi contro anche i proprietari di una pizzeria che stava per aprire a Torvajanica i quali, come scrive il gip nell'ordinanza, avevano legami con la 'ndrangheta e la mafia catanese. «Io ti do un consiglio e cerca di ascoltare, non aprire, è meglio per te. (…) O ci dai le chiavi oppure puoi aprire però sappi che all'indomani in poi tutto quello che ti succede siamo noialtri. Io ti sto solo dando un consiglio, poi decidi tu quello che vuoi fare. La fai a noialtri la scortesia? Ci meritiamo questo? Vuol dire che ci stai sfidando, così, frontale! Nemmeno nascosto, questa è una sfida frontale. Noialtri siamo per la pace, ma la guerra comunque non è che ci dispiace». Dalle parole si è passati ai fatti: due locali aprirono ed entrambi hanno subito attentati incendiari.

GLI ATTENTATI - Commercianti e imprenditori erano costretti a subire estorsioni, minacce e attentati dinamitardi. Tutte azioni condotte con metodo mafioso, secondo l'accusa. «Da un lato infatti - si legge nell'ordinanza di custodia cautelare - le singole estorsioni e l'intestazione fittizia di beni sono state consumate attraverso le modalità tipiche delle associazioni mafiose; dall'altro, i reati in tema di armi e di traffico di sostanze stupefacenti sono stati posti in essere per agevolare il clan mafioso dei Fragalà nella consapevolezza, in virtù dei rapporti pregressi, della sua esistenza anche da parte dei non appartenenti al sodalizio».  

LE INDAGINI - I provvedimenti sono scaturiti da un'attività investigativa condotta dal Ros tra il 2014 e il 2017 e coordinata dalla Dda di Roma. Le indagini, corroborate anche dai riscontri alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, hanno consentito di ricostruire l'organigramma del clan e documentato consistenti traffici di sostanze stupefacenti del tipo cocaina, marijuana e hashish, individuando i canali di approvvigionamento (Colombia e Spagna) e le relazioni funzionali allo sviluppo di tali interessi criminali, intessute con un componente del clan dei Casalesi. I militari hanno inoltre accertato approvvigionamenti di armi clandestine e di materiali esplodenti per il compimento di attentati/danneggiamenti a scopo intimidatorio. Infine, sono state documentate dinamiche associative riguardanti i rapporti tra le diverse organizzazioni mafiose operanti nella Capitale, finalizzate a comporre i dissidi secondo un sistema condiviso di valori e principi mafiosi, in funzione di un comune interesse al mantenimento di rapporti pacifici per esigenze di autoconservazione.  

TAVOLO TRA CLAN «Nella Capitale esiste un tavolo permanente tra le mafie, dove si siedono e si incontrano gli appartenenti di mafie diverse. Si tratta di un livello di aggregazione che non esiste in nessun'altra parte d'Italia». Ad affermarlo il tenente colonnello anticrimine del Ros di Roma, Giovanni Sozzo. 

Ultimo aggiornamento: 17:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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