ROMA

Non era mafia Capitale, la doccia fredda per Raggi: così cade lo slogan M5S

Mercoledì 23 Ottobre 2019 di Lorenzo de Cicco, Simone Canettieri

Era tutto un altro spartito quello che doveva suonare nella grancassa della propaganda grillina, lo stesso disco che suona da cinque anni e che ha fatto da colonna sonora all'ascesa di Virginia Raggi sul colle capitolino. «Affari con la mafia? Quello era il Pd», la battuta fulminante della sindaca, corredata di ghigno beffardo, ripetuta anni fa davanti a telecamere e taccuini. E ora, senza la «mafia»? «Una sentenza per associazione mafiosa, indubbiamente, sarebbe stato un assist indiretto per parlare della legalità portata in Campidoglio», raccontava ieri notte uno dei collaboratori più fidati della grillina, prima della doccia fredda. Ammesso che sia così, poi, dati gli arresti che, da Marra all'affaire Tor di Valle, hanno tribolato anche l'avventura degli stellati a Palazzo Senatorio. In ogni caso, «non è andata come ci aspettavamo». Resta quasi un senso di delusione, tra i 5 Stelle romani e non solo, resta soprattutto il vuoto di un altro tema forte a cui aggrapparsi, dopo tre anni e mezzo di affanni al governo di Roma, con i grandi problemi tutti irrisolti, dai rifiuti ai trasporti alle buche.

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Restava, appunto, il brand «Mafia Capitale», il vanto del filo spezzato con «quelli di prima». Raggi ieri si è presentata nel Palazzaccio della Cassazione poco prima delle cinque di pomeriggio. «Oggi è una giornata storica per Roma - la dichiarazione davanti ai microfoni - si chiude una vicenda che ha ferito la città. Siamo qui per tutti i cittadini onesti che insieme a noi combattono contro il malaffare». Accanto a lei, il presidente grillino della Commissione Antimafia, Nicola Morra. Anche lui apparso spiazzato dopo il dispositivo letto dagli ermellini: «Le sentenze si rispettano... Ma le perplessità, i dubbi, le ambiguità permangono tutte». Concetto ribadito in serata da Luigi Di Maio, per il quale la «mafia è un atteggiamento». E rispolvera sui social l'hashtag #mafiacapitale .
 


LA REAZIONE
Anche Raggi, quando è uscita dall'Aula di piazza Cavour, ha rilasciato solo una battuta rapida ai cronisti che l'aspettavano, prima di infilarsi in auto. La sentenza, ha detto, «conferma comunque il sodalizio criminale...». E ancora: «È stata scritta una pagina buia della storia della città. Lavoriamo insieme ai romani per risorgere dalle macerie che ci hanno lasciato, seguendo un percorso di legalità e diritti». Qualcuno, anche nel suo entourage, si è interrogato sulla scelta di presenziare all'ultima tappa del processo, visto come è andata. «Ma in questi casi il primo cittadino non può mai mancare, ci ho messo la faccia», è la linea di Raggi.

Sentenza del processo Mafia Capitale (Cecilia Fabiano/Ag.Toiati)

Se ne va così una narrazione - meglio: uno slogan - che ha fatto la fortuna di post Facebook e di comizi di tutto il M5S. Raggi in fin dei conti ha solo capitalizzato un tesoro che gli altri avevano costruito, pezzetto dopo pezzetto. Il 3 dicembre del 2014, dopo i primi arresti, Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberta Lombardi e i 4 consiglieri capitolini (capitanati da Marcello De Vito, finito poi nei guai per lo stadio) si presentarono in Comune con le arance (simpatico presente per i politici finiti in carcere) e poi corsero in prefettura per chiedere lo scioglimento del Campidoglio per «mafia». Da quel momento niente è stato come prima: il Pd è diventato «il partito dei mafiosi» (Paola Taverna), passato da Berlinguer alla piovra di Buzzi e Carminati (Di Maio). Benzina per la propaganda e per voti a palata: di là la mafia, di qua gli onesti. Fino alla sentenza della Cassazione che spunta un'arma alla sindaca, specie ora che i compagni di partito l'hanno abbandonata. Forti di un'altra sentenza, politica: «Non è adeguata ad amministrare».

Simone Canettieri
Lorenzo De Cicco
 

Ultimo aggiornamento: 14:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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