Mondo di mezzo, lo sfogo di Salvatore Buzzi: «Era un'altra tangentopoli, non hanno voluto indagare»

Giovedì 24 Ottobre 2019 di Valentina
Mondo di mezzo, lo sfogo del re delle coop: «Era un'altra tangentopoli non hanno voluto indagare»

«Sono stato una cavia». Salvatore Buzzi ha pianto a lungo, martedì sera, al telefono con Alessandra Garrone, compagna di vita, madre della sua bambina e coimputata nel processo Mafia Capitale, che mafia adesso non è più. Dopo la sentenza della Corte di Cassazione, che ha bocciato il teorema della procura di Roma, il direttore del carcere di Tolmezzo ha concesso una telefonata al re delle coop.

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Ieri la prima conversazione con il suo avvocato, Alessandro Diddi. «Non ci posso credere, vedo la luce, vedo la fine dell'incubo. Mo' quando esco, quand'è che mi riporti a casa?». L'istanza per la scarcerazione partirà nei prossimi giorni. E Buzzi, con Diddi, fa anche calcoli e ipotesi. «La pena potrebbe essere dimezzata», gli spiega l'avvocato. Pensa alla figlia di soli dieci anni, che ha visto pochissimo da quando è cominciata la custodia cautelare, si commuove ancora. «In Italia non sono mai state mai date pene tanto alte. Neppure per fatti molto più gravi di corruzione», lo rassicura Diddi.

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NUOVA TANGENTOPOLI
Lui, che ha riempito centinaia di pagine di verbali, confermando le ipotesi della procura e aggiungendo altri episodi di corruzione, è stato solo parzialmente ritenuto attendibile. Conosce gli atti dell'istruttoria alla perfezione. «Si è cercato di costruire giuridicamente una nuova mafia, cioè una mafia che, senza la lupara e senza i metodi che si applicano a questa realtà, agiva per ottenere appalti. Ma non è così», dice. «È stata una sperimentazione sulla pelle delle persone. Ho fatto un po' da cavia per un esperimento, sto pagando quello che si è scatenato sul piano mediatico». Le dichiarazioni di Buzzi sono servite a confermare le condanne di quelli che oggi stanno in prigione. Eppure non è stato considerato un imputato credibile. «Le mie parole valevano solo quando confermavo, ma non quando dicevo cose nuove. Poteva essere una nuova tangentopoli». Di accuse, rimaste inascoltate Buzzi, ne ha mosse tante: «L'ho ripetuto mille volte erano i politici che cercavano me per avere soldi e mazzette. Dal Pdl al Pd. E io dovevo lavorare. Non avevo alternative». Perché non sia stato creduto lo spiega il suo avvocato: «È stato un problema di impostazione. Non una scelta politica. Se avessero indagato, avrebbero scoperto altri episodi di corruzione e accusato altre persone coinvolte, ma non avrebbero più potuto sostenere il teorema della mafia. È stata un'occasione sprecata».

Buzzi lo ribadisce: «Erano i funzionari e gli amministratori a pretendere i soldi per consentirci di lavorare. E non solo nelle gare che sono finite sotto processo. Ma le mie dichiarazioni escludevano l'intimidazione e la minaccia». E Diddi spiega: «Seguire Buzzi nelle sue dichiarazioni, come è stato fatto in primo grado dal collegio presieduto da Rosanna Ianniello, che aveva escluso la mafia, significava ammettere quello che è stato scritto nelle motivazioni della sentenza del Tribunale: È passata tangentopoli ma il mondo è rimasto come era all'epoca. Credere a Buzzi significava ammettere che c'è un sistema di corruzione, ma non di mafia. Invece questo processo è stata una sperimentazione. È stato applicato il diritto creativo e Buzzi e altri hanno fatto da cavia a questi esperimenti».
A chiudere con una battuta è Diddi. Alla domanda se Buzzi abbia progetti e ipotizzi un futuro, risponde: «Gli auguro di fondare la cooperativa 2 dicembre». Il riferimento è al 2 dicembre 2014, quando i primi arresti della maxi inchiesta svelarono l'esistenza del Mondo di mezzo.
 

Ultimo aggiornamento: 15:34 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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