LUCA SACCHI

Luca Sacchi, lettere del killer dal carcere: «Prego sempre per lui»

Sabato 25 Gennaio 2020 di Camilla Mozzetti

Quando un agente gli ha passato dalle sbarre i fogli di carta e una penna che aveva richiesto, Valerio Del Grosso si è seduto di fronte a quell’unico tavolino che arreda la sua cella d’isolamento. Un mobile spoglio, dagli angoli consumati. Come le pareti, che da tempo hanno perso lo smalto della vernice e che il pasticciere di Casal Monastero ha guardato e riguardato, dilatando il tempo all’infinito, prima di iniziare a scrivere. «Mi dispiace avervi lasciato soli, mi dispiace per quello che è successo, per quello che ho fatto». 
La prima lettera dal carcere di Regina Coeli dov’è rinchiuso dal 26 ottobre scorso per l’omicidio di Luca Sacchi, l’ha scritta per quelle persone che gli avevano offerto un futuro quando ancora era soltanto un ragazzo-padre, cresciuto in una periferia difficile e per questo abituato poi a trattare e – forse emulare – i comportanti più sbagliati che si insinuano tra giovani circondati dal degrado e dalla criminalità. In via Ratto delle Sabine, alla pasticceria dove Del Grosso aveva iniziato a lavorare come apprendista la scorsa primavera, quella lettera «è arrivata il 7 novembre – ricorda una collega – era indirizzata a tutti noi, ci chiedeva scusa per averci lasciato soli, per aver compiuto quel gesto, uccidendo un ragazzo, di cui si pentiva amaramente». 

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Loro, i colleghi, l’hanno letta tutti insieme, qualcuno ha anche versato una lacrima perché la realtà era tornata ancora a fare capolino dopo i giorni dello sgomento, con la notizia dell’arresto e dell’uccisione di un 24enne per una trattativa di droga finita male. E così ha segnato, come una linea di confine, quello che c’era prima e che poi è scomparso e quello che è venuto dopo. Con la prima udienza del processo fissata, di fronte alla Corte d’Assise, il prossimo 31 marzo in seguito alla chiusura delle indagine e alla richiesta di giudizio immediato avanzata dalla Procura. «Dopo quella lettera – racconta Sara, una dipendente che con Valerio è molto legata – io e lui ce ne siamo scritte altre». 

L’ultima porta in calce la data dell’8 gennaio scorso. «Valerio mi diceva che stava aspettando di essere nuovamente ascoltato, che voleva parlare, raccontare», nonostante nell’interrogatorio di garanzia, dopo il suo arresto, si avvalse della facoltà di non rispondere. «Mi ha scritto che era pentito, che pregava sempre per Luca, per i suoi genitori, ma anche per la sua famiglia che non meritava tutto questo». Parole su parole, costanti e puntuali, che si sono inseguite per oltre due mesi. «Gli mancava suo figlio – prosegue Sara – ed era pentito, scriveva che non voleva ucciderlo». 
 
Una volta la ragazza è riuscita a parlarci anche al telefono. «C’era qui la mamma e parlava con Valerio di alcune cose che avrebbe dovuto portargli, ce lo ha passato ma c’è stato giusto il tempo per salutarlo poi la linea si è interrotta. «Credo che abbia avuto il tempo e il modo di comprendere ciò che ha fatto, la gravità di quel gesto e credo che fosse sincero quando mi scriveva che si era pentito, che era pronto a pagare». Tra una lettera e l’altra, Del Grosso, ha raccontato anche la sua vita dentro il carcere. Come era cambiata drasticamente e come non sarebbe più tornata quella di prima. Le giornate che passano lente, la voglia di fare qualcosa per non impazzire, «il desiderio di avere un giorno dei compagni di cella anche solo per scambiare qualche parola». «Nelle lettere che gli ho mandato – conclude Sara – ho cercato a un certo punto di parlare anche di altro perché pensavo che fosse utile ad aiutarlo», ma tra le righe il riferimento a quell’atrocità era sempre presente.

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