Luca Barbarossa: «Roma, un deserto di idee: quante grandi occasioni perse»

Luca Barbarossa: «Roma, un deserto di idee: quante occasioni perse»
di Mattia Marzi
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Venerdì 3 Settembre 2021, 08:38 - Ultimo aggiornamento: 08:39

Eventi, presentazioni, premi: «Non per fare il finto modesto, ma tutta questa attenzione davvero non me l'aspettavo», racconta Luca Barbarossa, un'estate passata a promuovere l'autobiografia Non perderti niente, pubblicata ad aprile per festeggiare i suoi 60 anni. L'ultimo appuntamento prima del ritorno alla vita di tutti i giorni, che per il cantautore romano è rappresentata da più di dieci anni dalla conduzione di Radio2 Social Club (ripartirà il 13 settembre), sarà domani alla Cavea.

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Un concerto tra canzoni, da Via Margutta a Portami a ballare, ma anche storie e aneddoti: «Chissà quanti giovani, soprattutto in questo periodo, hanno dovuto ridimensionare le proprie aspirazioni e ambizioni. Io, raccontando le cose che ho vissuto, li invito a non perdersi le esperienze della vita».
Lei che adolescente era?
«Affamato di vita e sfrontato. Sognavo di fare il tennista. Ricordo ancora quando a 14 anni mi intrufolai negli spogliatoi del Foro Italico, durante gli Internazionali di Tennis, per incontrare il mio mito Adriano Panatta. Mi vestii da raccattapalle, riuscii a eludere la sorveglianza. Poi me lo ritrovai davanti: A regazzì, che stai a fa' qui dentro? Vedi d'annattene, va. Diversi anni dopo mi avrebbe invitato a un torneo di beneficenza organizzato da lui».
Come passò dalla racchetta alla chitarra?
«La passione per la musica c'era già prima del tennis. Merito di mio padre, che mi portava ai concerti. Cominciò a diventare un lavoro quando, per arrotondare mentre davo lezioni ad aspiranti tennisti, mi misi a suonare a Piazza Navona. D'estate, poi, giravo l'Europa con Mario, un mio amico: Madrid, Lisbona, Londra. Facevamo Simon e Garfunkel».

 


La svolta?
«Arrivò quando vinsi il Festival di Castrocaro, a 19 anni, dopo il contratto con la Fonit. Fu il patron Gianni Ravera a volermi: mi spalancò le porte di Sanremo, dove nel 1981 con Roma spogliata arrivai quarto».
Altri incontri fortunati?
«Quello con Bruce Springsteen nei camerini dell'Ariston, durante il Festival del 96».
Si intrufolò pure lì?
«No: mi mandò a chiamare lui».
Racconti.
«Invece di festeggiare per l'ospitata di un grande del rock, i giornali polemizzarono: Sanremo è quanto di più lontano dalla filosofia del Boss. Io, che tornavo in gara a quattro anni dalla vittoria con Portami a ballare, scrissi un articolo in cui dicevo che criminalizzare Sanremo a quei livelli era eccessivo e che restava comunque una vetrina importante per chi fa musica, con i suoi pro e i suoi contro. I discografici glielo tradussero e lui chiese di conoscermi. Peraltro, io quell'anno partecipavo con Il ragazzo con la chitarra, dedicata a Woody Guthrie, e lui aveva da poco pubblicato un album dedicato ai pionieri del folk americano».

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Vi siete più rivisti?
«Sì. Pochi mesi dopo suonò a Roma, all'Auditorium della Conciliazione: in camerino mi abbracciò come si fa con i vecchi amici. Quella fu l'ultima volta, anche perché sono state pochissime le occasioni in cui Bruce è tornato».
È saltato pure il concerto previsto nel 2022 a San Siro, a Milano: lo stadio è già tutto prenotato.
«Non è solo Roma, allora, a perdere grandi occasioni».
Si riferisce all'Eurovision Song Contest?
«Già. Dopo il Parco della Musica, qui non è stato progettato più nulla. E quando è stato fatto, il risultato è stato disastroso. Questa progettualità manca già da prima della Raggi. Sicuramente non mi sembra che la sindaca abbia rappresentato quell'inversione di tendenza che era stata promessa a suon di vaffa da Beppe Grillo. Peccato».
Per chi voterà tra un mese?

«Di sicuro non per i 5 Stelle, non l'avevo fatto neppure nel 2016, e neppure per la destra».
 

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