Regioni colori, D'Amato: «Nel Lazio il giallo non aiuta. Noi arancioni tra 7 giorni»

D'Amato: «Lazio, il giallo non aiuta. Noi arancioni tra 7 giorni»
di Mauro Evangelisti
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Sabato 9 Gennaio 2021, 00:06 - Ultimo aggiornamento: 10 Gennaio, 10:55

«Certo, va sottolineato il fatto che il Lazio è l’unica delle grandi regioni ad essere rimasta sempre gialla. È un buon risultato, ma vorrei che fosse chiaro che non è un liberi tutti, visto che oggi siamo gialli, ma la prossima volta potremmo già essere arancioni».
Alessio D’Amato, assessore alla Salute del Lazio, non vuole nascondersi dietro la classificazione ufficiale di “Regione gialla”, dunque con limitazioni meno severe, perché l’indice di trasmissione è rimasto un soffio sotto a 1: «Servono comportamenti molto rigorosi, la situazione è seria».

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Nel Lazio oscilliamo tra i 1.500-2.000 nuovi casi al giorno. Non ci sono mai state così tante persone “attualmente positive”, mentre parliamo sono 77.855, significa che un cittadino ogni 75 è infetto.
«Proprio per questo sto ripetendo che la fascia gialla non è un semaforo verde. L’Rt è sotto a 1 e c’è una sostanziale tenuta degli indicatori del tasso di occupazione dei posti letto di terapia intensiva e degli altri reparti. Ma la preoccupazione resta molto alta».

Quali sono gli elementi che incutono timore?
«Il primo: sono raddoppiati i focolai in ambito familiare nell’ultima settimana. Vediamo i primi effetti delle feste e del Natale. Altro dato che ci deve imporre enorme cautela è l’aumento del tasso di positivi sul numero di tamponi effettuati. In sintesi: questo giallo non è un liberi tutti, ma paradossalmente ci impone ancora più rigore, più attenzione. Essendo rimasti sempre in fascia gialla non abbiamo beneficiato, paradossalmente, delle limitazioni che hanno aiutato altre regioni arancioni o rosse».

Non sarebbe meglio aggredire la situazione e decidere, autonomamente, delle limitazioni nel Lazio?
«La curva dei contagi ha una direzione verso l’alto, ma può essere ancora gestita. Dipende molto dal rigore dei comportamenti. C’è sempre da considerare il difficile equilibrio tra le garanzie della salute e tutto ciò che comportano in termini economici e sociali nuove chiusure. Pensiamo a una città come Roma, in cui c’è una grande diffusione di pubblici esercizi. Tra l’altro, senza un provvedimento del governo, se imponiamo noi la chiusura c’è il nodo dei ristori agli operatori».

Fosse dipeso solo da lei avrebbe deciso subito misure più severe?
«Il tema non è questo, l’Italia si è data un meccanismo per decidere i colori basato sui dati ed è corretto rispettarlo. Però faccio anche notare che come Regione Lazio una misura l’abbiamo già presa, visto che la riapertura delle scuole superiori è stata rinviata al 18 gennaio visto che ci sono alcuni indicatori in aumento».

Sarà sufficiente il rinvio fino al 18?
«Lo verificheremo. Anche sulla base del rigore dei comportamenti dopo le feste. Se non si rispetteranno le regole che ci sono la mia risposta è no, non sarà sufficiente perché andremo verso un peggioramento. Le prossime due o tre settimane sono molto importanti».

Appare scontato che con l’Rt che già oggi è a 0,98, la prossima settimana si supererà quota 1 e dunque il Lazio diventerà arancione.
«Esatto, non posso escluderlo».

Non è possibile che nei prossimi giorni il virus possa frenare per effetto delle limitazioni imposte in tutta Italia tra il 21 dicembre e il 7 gennaio?
«Purtroppo pare di no. Gli spostamenti ci sono stati, anche da altre regioni. Ci sono stati i ricongiungimenti familiari di chi è tornato dal Nord».

Secondo una ricerca uscita in queste ore le terapie intensive nel Lazio sono già occupate all’82 per cento.
«Non è così: i dati che contano sono quelli dell’Istituto superiore di sanità, eravamo al 33 per cento, ora siamo al 34».

Secondo altri due assessore regionali alla Sanità, Pier Luigi Lopalco (Puglia) e Raffaele Donini (Emilia-Romagna) il sistema dei colori ha un limite: la Regione classificata gialla alla fine è penalizzata perché le limitazioni sono troppo blande e l’epidemia riparte.
«Questa è una considerazione condivisibile. E chi come noi è rimasto sempre in giallo non ha beneficiato delle limitazioni».

Nel Regno Unito sta aumentando moltissimo l’allarme per la variante inglese, in un giorno 1.200 morti, Londra è in stato di emergenza. Rischiamo lo stesso scenario?
«Il virus circola, al di là dei confini nazionali. La variante è già qui presente, anche se con numeri ancora bassi. Per questo dobbiamo essere molto rigorosi. C’è un altro parametro su cui bisogna vigilare: l’incidenza di casi positivi sopra i 50 anni. A livello nazionale è di 296 ogni 100mila abitanti, la soglia di allerta è a 250. Da noi per ora è a 211, in Veneto a 436».
 

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