Lazio zona gialla, il grido dei ristoratori: «Apriamo domenica, ma poi stop chiusure»

Lazio zona gialla, il grido dei ristoratori: «Apriamo domenica, ma poi stop chiusure»
di Francesco Pacifico
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Giovedì 28 Gennaio 2021, 00:23

Con il Lazio che viaggia deciso verso la zona gialla, già domenica si potrà pranzare fuori. Anche se non tutti i ristoranti riusciranno a essere pronti per quella data. Spiega Angelo Giraldi, titolare di Angelino ai Fori: «Il problema è che la comunicazione del governo arriverà non prima di domani. Entriamo nel weekend e questo crea un’ulteriore problema perché la filiera della distribuzione potrebbe non garantirci le forniture di materie prime, cibo e bibite, necessarie. Quindi il tempo per organizzarci è poco e nessuno, per colpa di questo tira e molla, vuole rischiare». La prossima ordinanza del ministro sarà firmata non prima di domani ed entrerà in vigore, dopo il giorno cuscinetto di sabato, domenica. Come detto il tempo è poco.

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Fatto sta che il 90 per cento dei ristoranti, secondo le associazioni di categoria, se non domenica, è pronto a rialzare la saracinesca dalla prossima settimana per servire il pranzo e chiudere al pubblico alle 18. Di più, per evitare futuri stop and go registrati finora, i gestori si sono detti pronti con le autorità competenti (la Prefettura ma anche il Comitato tecnico scientifico nazionale) a prendere maggiori precauzioni sul fronte sanitario. Intanto Claudio Pica, leader della Fiapet- Confesercenti, incontrando martedì il vicepresidente della Regione, Daniele Leodori e l’assessore al Commercio, Paolo Orneli, ha chiesto «alla Pisana di farsi latore presso il governo della richiesta di permettere agli esercenti pubblici, ristoranti come bar, di garantire una riaprire al pubblico già questa domenica, con il Lazio in zona gialla».

SERRANDE ABBASSATE

Accanto al 90 per cento che riaprirà ci sarà però un 10 che invece non se la sente di ripartire. Spiega Sergio Paolantoni, presidente della Fipe-Confcommercio di Roma: «Ci sono esercenti che lavorano in zone dove non è più conveniente aprire. Penso al Centro, dove mancano i turisti e i dipendenti delle aziende o degli uffici. Non vorremo che questi colleghi, dopo tutti gli sforzi, siano costretti a chiudere per sempre». La categoria dei ristoranti, dall’inizio della pandemia, ha registrato perdite vicine ai 2,7 miliardi di euro, che toccano i 3,3 miliardi se si aggiungono anche gli incassi dei bar. Oltre il 70 per cento dei 36mila dipendenti del comparto esce ed entra dalla cassa integrazione. Senza contare che nelle ultime due settimane il grosso delle entrate è stato realizzato con il delivery, le consegne a casa, che solitamente rappresentano poco più del 10 per cento del fatturato. Incontrando il prefetto di Roma, Matteo Piantedosi, Paolantoni, ha ricordato «le difficoltà della nostra categoria, di fatto l’unica attività economica ferma in Italia.

E gli abbiamo anche sottolineato la necessità di avere informazioni certe. Noi rispettiamo gli orari e le restrizioni imposte dal governo, ma è forte l’esasperazione degli esercenti, che non riescono a pianificare il loro lavoro». Infatti, fuori però dal perimetro associativo, a Roma un centinaio di ristoratori partecipa o è vicino al movimento «ioapro», con alcuni gestori pronti a servire i clienti per protesta anche di sera e che sabato dovrebbero ritrovarsi a Montecitorio per un presidio. Ma oltre a protestare, dalla categoria arrivano proposte. Sempre durante il vertice con la prefettura, la Fipe-Confcommercio si è detta disponibile a mettere in campo misure più restrittive per la sicurezza, pur di garantire l’apertura delle loro attività. Due, fondamentalmente le proposte, girate anche al ministero dello Sviluppo, alle autorità sanitarie e al Cts: permettere l’accesso ai tavoli soltanto con prenotazione e prendere la temperatura a chi entra, misure che secondo gli ultimi Dpcm sono facoltative. Intanto è la stessa categoria a chiedere una stretta sulla Movida selvaggia, che nonostante le restrizioni della zona arancione si è manifestata nello scorso weekend a Trastevere o a San Lorenzo. Nel mirino la vendita di alcolici da parte dei minimarket etnici fino alle 21, nonostante l’asporto dai bar si fermi alle 18. Una situazione sulla quale si sta focalizzando anche il prefetto. 

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