Roma, la grande fuga dagli ospedali: «Nel Lazio il record di chi va a curarsi fuori»

Giovedì 8 Agosto 2019 di Mauro Evangelisti
Fuga dalla sanità del Lazio. Roma è la città dei grandi ospedali, dei policlinici universitari, delle eccellenze. Eppure, la spesa sanitaria in uscita è molto più alta di quella in entrata. In altri termini: sono più i romani (o cittadini delle altre quattro province) che vanno a farsi curare in altre regioni dei pazienti in arrivo da altri territori. E il saldo finale della spesa è negativo a quota 239 milioni di euro, solo la Campania e la Calabria fanno peggio. La ricerca, elaborata sui dati del 2017, è stata realizzata dalla Fondazione Gimbe (Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze), dice anche altro: «Le sei Regioni con maggiore indice di fuga generano debiti per oltre 300 milioni di euro: in testa c'è il Lazio (13,2 per cento) e Campania (10,3) che insieme contribuiscono a circa 1/4 della mobilità passiva».

Nell'esaminare i dati va fatta però una premessa: l'Ospedale Bambino Gesù fa capo al Vaticano, dunque i bambini romani che si curano in quella struttura vengono considerati pazienti in uscita, mentre quelli che arrivano da altre regioni non vanno ad alimentare il saldo attivo. Pur con queste precisazione, resta comunque preoccupante il dato sul saldo negativo che va ad incidere ovviamente anche sui conti della sanità. Alessio D'Amato, assessore regionale alla Sanità del Lazio, contesta però questa conclusione: «In realtà con Bambino Gesù e con l'Ospedale del Sovrano Militare Ordine di Malta il conteggio cambia e il Lazio è in positivo. I dati sulla mobilità vanno letti attraverso le schede di dimissione ospedaliere, nel Lazio il saldo dei ricoveri torna a essere positivo e la nostra regione tra quelle in piano di rientro è l'unica ad avere un saldo positivo dei ricoveri in mobilità».

LE CAUSE
Ma torniamo ai numeri elaborati dalla Fondazione Gimbe: su base nazionale il valore della mobilità sanitaria è stato pari a 4,6 miliardi di euro. Un cittadino italiano ha diritto di essere assistito anche in strutture di regioni differenti a quella di residenza, dopodiché c'è un sistema di compensazione finanziaria tra le regioni. Quelle che hanno maggiore capacità di attrazione, in Italia, sono la Lombardia e l'Emilia-Romagna, che insieme coprono un terzo della mobilità attiva. In altri termini: chi va a curarsi in una regione differente da quella in cui abita una volta su tre va o in Lombardia o in Emilia-Romagna.

Sommando quanto una regione incassa dalla mobilità attiva (pazienti che arrivano da altri territori) e quanto invece perde perché i propri cittadini sono andati a farsi curare fuori regione, si ottiene il saldo finale. Che nel caso del Lazio è negativo: 239,4 milioni di euro, dietro solo a Calabria (meno 281,1) e Campania (meno 318). Spiega Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe: «In realtà il Lazio ha anche una buona mobilità attiva, parliamo di oltre 360 milioni di euro generati da pazienti che arrivano da altre regioni negli ospedali pubblici o privati del Lazio. Però sono molti di più quelli che vanno fuori regione, la mobilità passiva è attorno ai 600 milioni di euro. Dal punto di vista squisitamente finanziario, guardando al servizio sanitario nazionale, ogni regione idealmente dovrebbe gestirsi i propri pazienti. Un elevato tasso di mobilità passiva è un segnale non positivo, racconta una carenza dei servizi».

Ad incidere in maniera negativa nella capacità di attrazione c'è il fatto che il Lazio, come altre regioni, da dieci anni è impegnato nel piano di rientro e dunque ha dovuto fermare le assunzioni, limitare gli investimenti, ha visto allungarsi le liste di attesa: tutti questi elementi hanno così favorito, specialmente dai territori di confine, una fuga nelle regioni vicine. Secondo Giovanni Bissoni, già sub commissario della sanità nel Lazio, un altro elemento ha alimentato la fuga: «Regioni in piano di rientro come il Lazio erano costrette a tenere fermi i budget anche per i pazienti che vengono da fuori». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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