Morto per uno schiaffo a Roma: «Papà ucciso dal boxeur protetto dal quartiere»

L'accusato offrì soldi alla famiglia per non parlare

Morto per uno schiaffo: «Papà ucciso dal boxeur protetto dal quartiere»
di Alessia Marani
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Giovedì 16 Dicembre 2021, 08:15 - Ultimo aggiornamento: 17 Dicembre, 12:15

Ha un volto e un nome, ora, il presunto colpevole della morte di Giancarlo Masala, ex autista di 62 anni, che la sera del 5 ottobre 2020, venne soccorso in fin di vita sotto la sua abitazione, in via Giacomo del Duca, tra Tor Cervara e La Rustica. Dall'ospedale Pertini il giorno successivo fu trasferito al San Giovanni per una delicata operazione chirurgica alla testa, di lì, dopo un mese di coma vero e proprio, finì allettato, in stato quasi vegetativo, nel centro di riabilitazione Santa Lucia dove è morto il 17 ottobre scorso.

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IL DOLORE
«Non poteva muoversi, né parlare, né mangiare, ma adesso pagheremmo oro pur di riaverlo a casa anche in quelle condizioni», dicono la moglie Assunta, 58 anni, e la figlia Martina, 28 anni, assistite dall'avvocato Erica Temporin. I carabinieri del Nucleo operativo di Montesacro sono riusciti a ricostruire quanto accaduto quel maledetto giorno, scalfendo il muro di omertà che nel frattempo si era alzato sulla vicenda. Un velo che si è definitivamente squarciato dopo il decesso dell'anziano, nell'incalzare di domanda dopo domanda degli investigatori.

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A uccidere Masala sarebbe stato il colpo sferrato da un giovane di La Rustica, Francesco Novaldi, 29 anni, detto Checcone, boxeur di un metro e novanta: uno schiaffone in pieno volto che avrebbe colto l'anziano di sorpresa scaraventandolo a terra e provocandogli una grave emorragia cerebrale oltre a fratture al cranio. «Con quel ragazzo andavamo a scuola insieme alle medie, ha anche tre bambine piccole - racconta Martina -. Ha lasciato mio padre sull'asfalto e si è dileguato come se nulla fosse. Qualcuno l'ha sentito dire gli ho dato una pizza che te l'ho sbragato per terra. In tutto questo tempo ha pensato di farla franca confidando nel clima di paura e omertà che c'è in questa zona di case popolari. Ma la giustizia ha fatto il suo corso e papà, almeno ora riposerà in pace. Per questo ringraziamo i carabinieri e il pm».

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Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Novaldi avrebbe preteso che Masala custodisse nei garage una macchina, forse rubata. Ma l'anziano, scrive il gip nell'ordinanza di custodia cautelare «fu inadempiente», scatenando la rappresaglia del 29enne. «Il motivo della lite lo sanno solo quel ragazzo e mio marito che non c'è più - spiega la signora Assunta - io so solo che Giancarlo era onesto e preciso. Che addirittura era rimasto senza lavoro perché si licenziò dopo che il suo datore di lavoro gli disse di guidare un camion senza assicurazione. Giancarlo è stato il mio primo e unico amore, abbiamo vissuto insieme 37 anni e cresciuto Martina e suo fratello con principi sani».
«UN VIOLENTO»
Quella sera la donna stava preparando le polpette per la cena, mancavano pochi minuti alle otto. «Mio marito ha risposto a una telefonata, ha detto scendo ed è uscito in ciabatte e pigiama. Dopo un po' ho sentito bisticciare e poi un bambino urlare, mi sono affacciata dal balcone e ho visto Giancarlo a terra». Mentre Novaldi risaliva sulla sua Smart e si allontanava, un ragazzino di tredici anni e mezzo che era sull'altalena e ha visto tutto ha chiamato i soccorsi. «L'ho trovato che con una mano telefonava al 118 e con l'altra stringeva quella di Giancarlo - dice Assunta -. Ho sentito che urlava a una condomina di scendere ad aiutare, ma quella si è ritirata. È stato bravissimo quel bambino, un angelo. Ma non mi do pace: non si può morire per uno schiaffo».


Novaldi, con precedenti di polizia per rissa e maltrattamenti in famiglia, è accusato di omicidio preterintenzionale e per lui il giudice Ezio Damizia ha disposto il carcere, vista «la pericolosità dell'arrestato», temuto dai testimoni «per la sua indole aggressiva» e tenuto conto dei possibili «comportamenti intimidatori nei confronti delle persone informate sui fatti».

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Giancarlo nella zona, chiamata Casale Caletto, era conosciuto con il soprannome di Montezuma. «Non abbiamo mai capito perché - dice Martina - di papà mi manca tutto: era simpatico e scherzoso, copriva ognuno di noi di grandi attenzioni, qualunque nostro desiderio, per lui era un ordine. Amava i cavalli ed era tifosissimo della Roma. Ovunque andassimo lo salutavano tutti, lo conoscevano tutti, era incredibile il bene che gli volevano. Eppure in tanti, troppi, hanno avuto paura. Anche noi l'abbiamo. In un anno si sono rincorse voci su quanto era successo, verità dette e poi nascoste, eppure nessuno di noi ha preso di petto quel ragazzo. Abbiamo lasciato agire la giustizia».
 

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