Gaia e Camilla, ultimo atto: Genovese torna in libertà

Gaia e Camilla, ultimo atto: Genovese torna in libertà
di Michela Allegri
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Venerdì 9 Luglio 2021, 00:24 - Ultimo aggiornamento: 07:26

Dopo un anno e sette mesi trascorsi agli arresti domiciliari, ora Pietro Genovese potrà uscire di casa. Il ventenne, che nella notte del 21 dicembre 2019 aveva investito e ucciso Gaia Von Freymann e Camilla Romagnoli, mentre attraversavano la strada lungo Corso Francia, a Roma, ha concordato una pena definitiva a 5 anni e 4 mesi di reclusione e il giudice ha disposto per lui la sostituzione della misura cautelare con l’obbligo di dimora nella Capitale. Genovese, che in primo grado era stato condannato a 8 anni di reclusione - considerando anche lo sconto di pena previsto dalla scelta del rito abbreviato - non potrà nemmeno uscire tra le 22 e le 7 del mattino.

I giudici della Corte d’Assise di Appello hanno ratificato ieri l’accordo raggiunto nelle scorse settimane dalla difesa del ragazzo - rappresentato dagli avvocati Franco Coppi e Gianluca Tognozzi - e dalla procura generale. Per i magistrati, la misura disposta è adeguata «all’esigenza cautelare sociale», anche alla luce dell’incensuratezza del giovane, del corretto comportamento processuale e del fatto che la patente di guida gli sia stata revocata. Restano invece confermati i risarcimenti disposti in sede di primo grado per i familiari delle vittime: 180mila euro per ognuno dei quattro genitori.

 

Gaia e Camilla, le reazioni 

 

Nel procedimento di secondo grado le famiglie delle due giovani non si sono costituite parte civile. «Abbiamo sempre voluto la verità e quella è rimasta. La colpa è solo del ragazzo, l’entità della pena non ci interessa, riguarda la coscienza dei giudici», ha commentato la madre di Camilla, riferendosi alla possibilità, emersa in fase di indagine, che le sedicenni avessero attraversato la strada in modo incauto.

Quella notte Gaia e Camilla stavano tornando a casa da una serata insieme agli amici per festeggiare l’inizio delle vacanze di Natale. Mentre attraversavano la strada erano state travolte dal Suv guidato, troppo velocemente, da Genovese. Differentemente da quanto ipotizzato all’inizio dagli inquirenti, dal processo è emerso che le sedicenni avevano attraversato in modo prudente, passando sulle strisce pedonali dopo che il semaforo era diventato verde.

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Anche Genovese era passato con il verde, ma era distratto - stava usando il cellulare e, prima di mettersi al volante, aveva bevuto - e ha centrato in pieno le ragazze, uccidendole sul colpo. Il gup nelle motivazioni della sentenza definiva «assai elevato il grado di colpa dell’imputato», che si sarebbe messo alla guida in condizioni non consone. Il magistrato ha scritto anche che Gaia e Camilla erano state investite mentre erano «sulle strisce pedonali, nel tratto della terza corsia di sinistra di Corso Francia, e dopo che queste avevano iniziato l’attraversamento con il verde pedonale, ma si erano fermate per aver notato alla loro sinistra provenire dal precedente semaforo ad alta velocità tre auto impegnate, di fatto in una gara di sorpassi, che non accennavano a rallentare». L’ultimo sorpasso era finito in tragedia.

 

 

La lettera 

Dopo la sentenza di primo grado, la mamma di Gaia, Gabriella Saracino, aveva dichiarato: «Se Pietro Genovese venisse da me gli farei una carezza: il perdono non si nega a nessuno, neanche a lui». Parole inaspettate che avevano commosso il giovane imputato, che aveva deciso di rispondere con una lettera, che si è aggiunta a quella scritta subito dopo l’incidente da suo padre, il regista Paolo Genovese, alle famiglie delle sedicenni. «In questo momento di dolore profondo il perdono della mamma di Gaia, per me, è importantissimo - aveva scritto il ventenne - Un gesto generoso che allevia la mia disperazione. È una mamma e sa che spesso i figli sono un casino. Ma io questa volta ho fatto qualcosa che non avrà rimedi, neppure con il tempo».
 

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