ROMA

Stefàno, presidente dell'Aula dimissionario: «La Capitale è paralizzata: un errore non revocare De Vito»

Domenica 7 Luglio 2019 di Stefania Piras
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«Sara (Seccia, sta per essere designata come vicepresidente vicario al posto di Stefano, ndr) è una collega molto in gamba ma non mi sento di spronarla anzi voglio dirlo: attenta, è come andare in trincea e non tornare». Enrico Stefàno guarda alla poltrona che ha appena lasciato ormai con distanza e amarezza, consapevole che hanno vinto altre logiche.

Enrico Stefàno, perché si è dimesso?
«Perché hanno prevalso paura, menefreghismo, timori».

Timori verso chi o cosa?
«Timori legittimi per un possibile ricorso ma dovevo essere messo in grado di fare il mio lavoro. È anche una questione di tutela per l'ente».

E dunque è ancora necessario revocare Marcello De Vito come presidente d'Aula?
«Sì è fondamentale, capisco che sia rischioso ma è stato rischioso anche votare il concordato Atac. Ed è stato rischioso tutto quello che ho fatto in questi tre mesi e mezzo, mi chiedo ancora come abbia fatto».

Perché, ci spieghi.
«Ho firmato documenti complessi e delicati, dalla proposta di assestamento al bilancio alla nomina dei revisori dei conti. Chiedevo solo che ci fosse un ufficio di presidenza al completo per organizzare meglio il lavoro, da vicario è tutto più difficile».

Deluso?
«Sì, amareggiato sì».

La sindaca cosa le rispondeva?
«Che ci volevano le ventiquattro firme dei consiglieri ma il punto non è questo».

E qual è?
«Che c'è una giurisprudenza assodata del Consiglio di Stato a favore della revoca. Anche io avevo dei dubbi all'inizio ma c'è pure il parere del Segretariato che non era catastrofico: lasciava le porte aperte. Per non parlare delle motivazioni messe nero su bianco dal Riesame. Credo che la mancata revoca sia un errore amministrativo e politico».

Perché?
«Ma perché abbiamo un presidente dell'Assemblea capitolina arrestato per corruzione, non è mai successo! Come possiamo mantenerlo lì? Auguro tutto il bene a Marcello ma non si può lasciarlo su quella poltrona. Si tratta di bonificare le fondamenta del terreno. Da qui alla fine del mandato sarà una maratona e con un vicario al posto di un presidente diventa tutto difficile, non possiamo paralizzare la città».

Errore politico perché?
«Noi abbiamo fatto della legalità e della trasparenza la nostra bandiera, come si fa? Marcello chiarirà ma nel frattempo va revocato».

L'hashtag in campagna elettorale era Coraggio si ricorda? Siete diventati un'amministrazione timorosa.
«Ci vuole determinazione, sennò il messaggio all'esterno, e ancor peggio agli uffici interni, è che abbiamo paura a fare tutto».

Dopo l'assoluzione la sindaca prometteva una fase due, dov'è?
«Ah non lo so, ci starà ancora pensando, magari la farà, ad ora non c'è».

Torna a fare il presidente della commissione Trasporti?
«No, c'è Pietro Calabrese, non sarebbe giusto, non è un mero sostituto. Come il presidente d'Aula: non è un pilota automatico».

Ho capito: non vuole fare a Calabrese quello che è stato fatto a lei.
«Io aprirò una riflessione».

Si ricandiderà?
«Non lo so».

Ai suoi elettori che dice?
«Dico che i trasporti rimangono la mia passione e che lotterò ancora per vedere una città più funzionale. Ed è quello che ho detto alle tantissime persone che mi hanno espresso stima e solidarietà in questi giorni: semplici cittadini ma anche amministratori delle partecipate capitoline. Ma il mio difetto ormai è questo l' ho capito: riscuotere più consenso fuori che dentro. Altro errore».

Quale?
«Il non ascolto. Bisogna aprirsi di più alla città, c'è un oceano di idee e di realtà là fuori che non aspetta altro che mettersi a disposizione per la città. Bisogna ascoltarli». Ultimo aggiornamento: 13:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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