Giorgia, specializzanda del Sant'Andrea: «Serve unità, in questa battaglia contro il Covid abbiamo tutti qualcosa da perdere»

Giorgia, specializzanda del Sant'Andrea: «Serve unità, in questa battaglia contro il Covid abbiamo tutti qualcosa da perdere»
di Camilla Mozzetti
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Domenica 29 Novembre 2020, 17:34 - Ultimo aggiornamento: 30 Novembre, 17:31

«Una sera, appena finito il turno, ero fuori dall'ospedale con dei colleghi e una signora piangendo ci ha chiesto dov'era ricoverato un paziente. Sapeva che non poteva entrare ma voleva che le indicassimo la finestra per potergli stare più vicino. Ecco, in questa battaglia contro il Covid-19 che stiamo tutti combattendo, dovremmo lasciare da parte ogni polemica, e capire che tutti abbiamo potenzialmente qualcosa da perdere, che tutti noi ci potremmo trovare a soffrire». Giorgia Saltelli, ha 31 anni, il volto pulito, la voce dolce. Si è specializzata in Anestesia e Rianimazione da pochi giorni «niente feste, nessun abbraccio ancora con mamma e papà né con il mio compagno». A marzo Giorgia, quando ancora era una borsista del V anno, ha risposto alla "call" del policlinico Sant'Andrea che cercava medici, anche in formazione, da poter impegnare nella battaglia contro il virus.

Esattamente un anno fa, quando era ancora una specializzanda dell'ultimo anno, il suo futuro lo immaginava diverso poi è arrivato il Covid «ed io come tutti i miei colleghi ci siamo sentiti in dovere di metterci al servizio dell'emergenza». Il Sant'Andrea è stato precursore nell'impiego degli specializzandi e neo specializzati nell'emergenza «è stato uno dei primi insieme all'Asl Roma 2 - ricorda Giorgia - a fare il bando prima ancora che arrivasse quello della Regione». In questi mesi, i suoi occhi si sono riempiti di tanti sorrisi «per tutti quei pazienti che ho visto e trattato e che poi sono guariti» ma anche di lacrime «per chi, pur migliorando, è poi scomparso». Quello che nessuno dovrebbe dimenticare «è che in questa guerra la fatica fisica di ognuno di noi passa, il carico emotivo però che vivono i pazienti, i loro familiari e anche noi medici nessuno lo potrà cancellare».

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Al fianco della volontà, il senso di abnegazione, la costanza e pure la speranza di riuscire a fare bene il proprio lavoro «devi tenere testa a questo virus che ti colpisce alla spalle, ti spiazza. Un paziente a cui con il tempo mi ero molto legata perché stava migliorando - prosegue la dottoressa - è poi venuto a mancare perché il suo quadro clinico è cambiato». Ci sono stati tanti giorni "difficili" resi tali non dai turni di guardia - in media 12 ore che diventano poi 13 o 14 - dalla vestizione da «palombaro per poter stare in reparto, dalle privazioni che ti autoinfliggi perché lavori a contatto con il Covid e quindi cambi casa, vedi i tuoi genitori sullo smartphone e il tuo compagno (medico anche lui in un'altra Regione) via Skype». C'è la difficoltà di dover gestire non solo clinicamente i pazienti, ma «allievare le loro preoccupazioni e quelle dei loro familiari ricordandosi anche che ce ne sono tanti altri di malati che non possono e non devono essere lasciati indietro». Pazienti oncologici, cardiopatici «a cui vanno garantire le prestazioni, gli interventi, e tutto è sempre perfettibile chiaramente - prosegue ancora Giorgia - ma rispetto a marzo abbiamo fatto enormi passi in avanti e polemizzare ora su come è stata gestita l'emergenza è solo controproducente».

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Giorgia qualche giorno fa si è specializzata. Discussione via web, niente festa, nessun abbraccio con i genitori, il fratello, i suoi nipotini, il suo compagno. «Verrà il tempo per recuperare tutto questo, ma ora serve la massima attenzione e l'impegno da parte di tutti» anche in vista del Natale. Ora è a tutti gli effetti un medico anestesista rianimatore, continua a lavorare al Sant'Andrea nell'area critica, ovvero quella della terapia intensiva e del pronto soccorso. Da marzo i pazienti sono cambiati, la maggior parte «continua ad avere un'età superiore ai 60 anni, affetta da altre patologie e molto spesso i pazienti sono diabetici, ipertesi od obesi ma ci sono anche i 40enni, positivi giovani che possono farcela ma non è detto».

E poi ci sono gli altri, che non vengono dopo solo perché questo virus «subdolo si è impossessato della nostra quotidianità. In questa battaglia abbiamo tutti qualcosa da perdere ma le persone devono mettersi una mano sul cuore e vivere questa fase con coscienza e i medici ospedalieri e del territorio lavorare insieme».  

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