ROMA

Roma, Diabolik, le paure del socio: «Volevano uccidere anche me»

Domenica 23 Febbraio 2020 di Giuseppe Scarpa
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Fabrizio Piscitelli noto come Diabolik

La pax tra clan a Ostia la gestivano, in passato, Cosa Nostra e Camorra. Nella tregua siglata da Diabolik, il 13 dicembre del 2017, non c’è traccia - nelle intercettazioni - di emissari o di contatti con le potenti, tradizionali e organizzate mafie italiane. Possibile che Diabolik abbia fatto tutto da solo? Che all’improvviso, Fabrizio Piscitelli, 53 anni, avesse acquisito i gradi di grande generale del crimine per negoziare, in autonomia, la pace armata nel litorale romano tra gli Spada e Marco Esposito, detto “Barboncino”?

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L’inizio della sua fine, il 7 agosto scorso, forse parte da quel pranzo al ristorante Oliveto a Grottaferrata a dicembre del 2017. Ad intavolare dei discorsi per i quali non aveva, in realtà, una totale investitura. E a far supporre, agli inquirenti, che questo possa essere il filo logico dell’intera vicenda c’è qualche cosa che è più di un semplice indizio. Si scopre solo adesso che a fare il nome del narcotrafficante “Er Miliardero”, al secolo Alessandro Capriotti, sarebbe stato proprio Fabrizio Fabietti. Secondo la ricostruzione del socio in affari del Diablo, Capriotti avrebbe dato l’appuntamento a Piscitelli il 7 agosto al parco degli Acquedotti (vicenda che Er Miliardero ha smentito). Appuntamento che, per l’ultras della Lazio, si è rivelato fatale. Il killer travestito da runner gli ha piantato una pallottola nella nuca, in una zona controllata dalla camorra.

Ad ogni modo la confessione di Fabietti la dice lunga sul suo stato d’animo. Il socio del Diablo, infatti, era terrorizzato. Aveva il timore di fare la stessa fine dell’amico. Tant’è che quando i finanziari, a novembre, sono andati ad arrestarlo è scappato per i tetti, si è nascosto, in pigiama, dietro ai motori dei condizionatori. Quando i militari del Gico gli hanno mostrato i tesserini ha tirato un sospiro di sollievo. Insomma pensava che la stessa potente mano che era piombata su Diabolik lo stesse per colpire. Forse, insomma, i due “Fabrizi” erano cresciuti troppo, in troppo poco tempo. Perciò qualcuno gli ha ricordato chi comanda a Roma. L’implosione delle mafie autoctone dei Fasciani, degli Spada, dei Casamonica - dal 2013 al 2019 - aveva aperto delle praterie criminali per Piscitelli e Fabietti. Probabilmente li aveva anche illusi di poter diventare i re di Roma.

L’arresto del boss Michele Senese (2013), storico punto di riferimento di Diabolik, lo aveva convinto di poter fare la voce grossa. Ma le altre mafie, quelle storiche, nella Capitale non erano collassate. Stavano, al massimo, riposizionando i loro luogotenenti. In uno scacchiere, quello romano, che negli ultimi anni era stato falciato dagli arresti dei pm della Dda, di finanza, polizia e carabinieri. Inoltre la circostanza che uno dei pochi uomini forti in circolazione a Roma, il “Barboncino”, di cui Piscitelli era l’ambasciatore al tavolo della pace del dicembre 2017, fosse indebitato nei suoi confronti (40 mila euro di droga) ha dato forse alla testa a Diabolik. Quattro mesi dopo infatti, in un delirio di onnipotenza, Piscitelli sottraeva dalla batteria di Esposito, uno dei suoi più temuti picchiatori, Kevin Di Napoli. Creando, di certo, una frattura.

Insomma nel 2007 a stabilire la tregua a Ostia era stato Ciccio D’Agati, affiliato a Cosa Nostra. Nel 2006 era toccato ai Senese, dei camorristi doc. Undici anni dopo era intervenuto Diabolik. Piscitelli che alle spalle aveva, al massimo, il prestigio di capo ultras della Curva Nord e i picchiatori albanesi. Quest’ultimi di certo temuti, ma comunque ben poca cosa rispetto agli altri due (D’Agati e Senese) che in passato potevano vantare l’affiliazione al grande crimine organizzato. Infine il capitolo Irriducibili. Il vertice del tifo estremo biancoceleste, il primo settembre 2019, contribuisce a veicolare un messaggio potente. Accolgono allo stadio Olimpico Fabietti, assieme alla famiglia del Diablo. Scacciando, in questo modo, da lui ogni sospetto su un coinvolgimento nell’assassino del loro capo. Ma non la paura che qualcuno potesse ucciderlo.
 

 

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