Daniel Guerini, parla la mamma del calciatore morto: «Era il cucciolo di casa ma aveva un cuore da leone»

Daniel Guerin, parla la mamma del calciatore morto: «Era il cucciolo di casa ma aveva un cuore da leone»
di Camilla Mozzetti
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Giovedì 25 Marzo 2021, 23:49 - Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 17:32

La alza con la stessa cura che si riserva ai grandi trofei quella scarpetta dorata che il figlio aveva vinto in Francia, a Parigi, nel “Montereau Confluences”. Era il 2017 e «Daniel era stato premiato come miglior giocatore nel torneo internazionale under 15». Quattro anni fa, una vita ancora davanti e il sogno di inseguire per sempre un pallone. «Gol, gol» sono state le parole che la giovane promessa del calcio, Daniel Guerini, trequartista nella Primavera della Lazio, ha pronunciato prima ancora di “mamma” e “papà”. «Perché non voleva fare altro - racconta la madre Michela - anche quando l’aspettavo, sapesse che calci mi tirava nella pancia».

Daniel, 18 ore di travaglio per venire alla luce e «poi una vita di corsa a rincorrere un pallone». “Guero”, come lo chiamavano la mamma, il papà Danilo, il fratello più piccolo Alessio e tutti gli amici, non c’è più. È morto sul colpo in un terribile incidente sulla Palmiro Togliatti, una strada di periferia della Capitale. L’auto sulla quale viaggiava con due amici mercoledì sera ha urtato - per cause ancora da accertare - una Mercedes Classe A e si è poi ribaltata più di una volta.

«La vita mi ha messo di fronte tante prove - prosegue la signora Michela - ma non credevo mai mi togliesse un figlio». Ieri nella sua cameretta, dove ci sono le foto che raccontano i sogni di un ragazzo, sembrava quasi stesse aspettando ancora di vederlo varcare la soglia da un momento all’altro dopo gli allenamenti: «Mà che mangiamo? Ho una fame mostruosa», le avrebbe detto per poi andarsi a sedere sulle sue gambe: «Lo faceva sempre e io gli dicevo Guero, figlio mio non ce la faccio alzati, pesi. Ma lui era così». Un animo da cucciolo in un corpo da leone. 

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Signora Michela, suo figlio Daniel era da pochi mesi tornato a Roma, per giocare nella Primavera della Lazio.
«Era felice perché era tornato a casa dopo anni passati in giro per l’Italia. La sua squadra del cuore gli aveva fatto un contratto di tre anni dopo che fin da quando era piccolino tirava calci al pallone. Ha giocato con la giovanile della Fiorentina e poi ancora con quella del Torino. Daniel era un campione con il suo sinistro e non lo dico perché era mio figlio. Noi l’abbiamo sempre seguito in tutti i campi su cui ha giocato, siamo finiti perfino in Romania e poi in Germania».

A quando risaliva il primo ingaggio?
«È partito per Torino quando aveva 14 anni, io e mio marito con il fratello andavamo a trovarlo quasi tutti i fine settimana. Per un po’ sono stata con lui, è stato difficile per tutti ma Daniel diceva sempre: “Mamma io voglio fare questo, voglio diventare un campione” e noi abbiamo seguito i suoi sogni». 

Gli amici e i compagni di squadra lo descrivono come un ragazzo tenace, caparbio, ma anche molto giocherellone. Nicolò Pirlo in un post su Instagram dedicato a Daniel ha scritto: “Eri una persona buona, troppo buona a tratti folle ma la tua sana follia faceva ridere tutti, la cosa migliore? I tuoi porcoddue, quanti sorrisi mi strappavi con un semplice audio”.
«Oltre a essere la mia vita, Daniel era unico. Non si abbatteva mai e dava forza a tutti con la sua caparbietà. Nicolò era un suo grande amico, quest’estate dovevano partire insieme e sì, è vero, diceva sempre “porcoddue” perché io lo sgridavo se pronunciava parolacce o altro. Era un bravo ragazzo con un grande sogno nel cuore».

L’ultimo momento di felicità che avete trascorso insieme?
«La festa a sorpresa per il suo compleanno che gli ho organizzato solo domenica scorsa. Era andato a giocare una partita e nel mentre ho chiamato alcuni suoi amici, preparato le crostate, i tramezzini e quando è tornato a casa ci ha trovati ad aspettarlo. Ha detto: “Mà, ma che ti sei messa a fare?” Però era felice e io con lui. Tutti lo amavano e vorrei tanto che il funerale fosse all’aperto, su un campo di calcio, con tanti palloncini bianchi e celesti, con l’inno della Lazio che era la sua seconda famiglia. Lo avevano già preso prima di adesso, poi c’era stata la parentesi nelle altre squadre, ma ora era finalmente tornato. Non se ne doveva più andare e invece me l’hanno portato via».

Mercoledì sera, prima dell’incidente, quando lo aveva sentito?
«A pranzo, e non so come aveva fatto, si era mangiato sei cannelloni. Gli ho detto “Daniel ma sono troppi” e lui mi ha risposto “devo allenarmi mi servono”. Poi l’ho chiamato intorno alle 19.30, mi ha detto che sarebbe andato a cena da Tiziano (uno dei due ragazzi rimasti feriti nell’incidente ndr) che era un secondo fratello. Io ho fatto un po’ i capricci “ma come non torni a cena?” e lui mi ha risposto: “Non ti preoccupare mà non faccio tardi anche perché non si può, torno presto da te” ma non l’ho più visto. Mi hanno strappato via il cuore». 

 

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