Covid a Roma, «A papà rifiutata 3 volte la rianimazione». La morte di Franco al pronto soccorso

«A papà rifiutata 3 volte la rianimazione». La morte di Franco al pronto soccorso
di Alessia Marani
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Giovedì 1 Aprile 2021, 06:42 - Ultimo aggiornamento: 2 Aprile, 09:12

«A nostro papà per tre volte è stato bloccato il trasferimento in una terapia intensiva, alla fine è stato lasciato morire al pronto soccorso dove i pazienti erano stipati all'inverosimile. Noi temiamo che il Covid l'abbia preso proprio lì». Elena Cavallo, 50 anni, è la più grande di quattro sorelle, le «piccole donne» di papà Franco, 76 anni, pensionato della Garbatella. Le sorelle stanno preparando tramite il loro avvocato, Andrea Mariani, un esposto alla Procura della Repubblica in cui raccontano i 7 giorni da incubo vissuti dalla famiglia, con il genitore ricoverato nel reparto d'emergenza dell'ospedale Sant'Eugenio durante la seconda ondata del virus, a novembre, quando si era registrato il nuovo picco di contagi e i posti erano pieni. Non solo. Ora stanno completando le formalità per costituire il Comitato Franco Cavallo, diritti civili e salute, attraverso cui raccogliere e denunciare vicende drammatiche come la sua, per avere giustizia ed evitare che si ripetano.

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«Al momento abbiamo contezza di almeno altre due vite spezzate, sempre a Roma», dicono. La loro storia è piena di interrogativi a cui cercano risposte. Con un sospetto: «Che sia stato preferito - dice Elena - dare la precedenza a chi era più giovane e in grado di sopportare meglio il percorso di intubazione rispetto a nostro padre, per cui ora ci chiediamo se davvero abbia ricevuto tutte le cure adeguate». Proprio ieri il professore Simone Bianconi, pneumologo, direttore del Centro Covid del San Pietro-Fatebenefratelli in un'intervista al Messaggero, spiegava che quando i reparti si saturano «bisogna decidere a chi lasciare il posto in terapia intensiva» e l'età, spesso, è la discriminante principale. Franco Cavallo entra al pronto soccorso dell'Eur intorno alle 13,30 del 3 novembre e muore alle 5,20 della mattina del 10.

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LA TELEFONATA
«Una telefonata secca, quasi disumana, ci informava a che nostro padre era deceduto e che alle 8 sarebbero andate le pompe funebri a prenderlo. Di papà ci rimane una foto in un sacco. Questo dopo sette giorni in cui non lo avevamo più visto e sentito, poiché non aveva più accesso al telefonino», ricorda con rabbia e dolore la figlia maggiore. Franco stava male da qualche giorno, dopo avere fatto un doppio vaccino anti-pneumococco in un lasso di tempo inferiore a quanto raccomandato dai protocolli, che gli aveva provocato i sintomi di una polmonite. «La mattina stessa del 3 novembre fece un test sierologico per il Covid che diede esito negativo - racconta ancora Elena - invece, una volta ricoverato, ci dissero che era positivo. Né nostra madre che vive con lui, né tutti noi familiari lo eravamo. In quei giorni vidi una foto sul web che ritraeva i degenti ammassati al pronto soccorso del Sant'Eugenio e tra loro riconobbi mio padre. Possibile che si sia infettato lì?». Non è l'unico interrogativo.

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Le condizioni di Franco si aggravano. All'inizio si cerca un posto in subintensiva, «ma quando la sera stessa arriva l'ambulanza che, sappiamo, doveva portarlo al Campus biomedico, viene fatta tornare indietro perché, ci dicono, papà era peggiorato e ormai serviva un posto in Intensiva - continua Elena - Una seconda ambulanza diretta al centro Covid di Casal Palocco il 7 novembre viene bloccata e rimandata via perché serviva la dialisi; sappiamo che era stata mobilitata anche una terza ambulanza di cui però non c'è traccia nella cartella clinica». Un girone infernale a cui Franco non è sopravvissuto. L'ospedale, dal canto suo, avrebbe assicurato al signor Franco un trattamento ritenuto corrispettivo al caso, con il supporto dei rianimatori e una gestione di tipo intensivo nonostante la mancanza dei posti specifici che, in quei giorni erano arrivati a mancare per tutti, a prescindere dall'età. Alle figlie non rimangono che i tanti ricordi e le foto del papà, tra le più belle quella del matrimonio con Silvana Bellotti. «Due anni fa avevano festeggiato le nozze d'oro - rammentano - e ora mamma è devastata come tutte noi». L'avvocato Mariani ha richiesto la consulenza di medici legali esperti che stanno valutando i referti clinici e il rispetto dei protocolli adottati. «Anche in momenti difficili, pur capendo il sovraccarico e lo stress su ospedali e sanitari - afferma il legale - non si può e deve correre il rischio di dovere scegliere tra vite di serie A e di serie B per mancanza di posti o di mezzi per i ricoveri».

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