Roma, medici di base, nuovo stop: «Niente cure ai malati Covid»

Roma, medici di base, nuovo stop: «Niente cure ai malati Covid»
di Alessia Marani e Camilla Mozzetti
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Lunedì 30 Novembre 2020, 00:26 - Ultimo aggiornamento: 07:27

Medici di famiglia, Usca, e pazienti Covid a Roma: un rapporto turbolento per il quale il punto di equilibrio sembra lontano. Dopo la sentenza del Tar arrivata a metà novembre sul ricorso presentato dal sindacato “Smi” contro il provvedimento della Regione Lazio che ha impiegato i medici di famiglia nelle Uscar per l’assistenza domiciliare dei pazienti positivi al Covid-19, i giudici amministrativi sono tornati a pronunciarsi su un nuovo ricorso, presentato stavolta dai sindacati “Snami” e “Cipe” per conto dell’avvocato Margherita De Luca, anch’essi rappresentanti di una parte dei medici di famiglia e dei pediatri e il risultato è un nuovo colpo all’assistenza domiciliare.

Si pone una distinzione netta: i pazienti Covid a casa devono essere gestiti e visitati («in via esclusiva», si legge) dalle Usca, le Unità speciali di continuità assistenziale costituite dalla Regione. I medici di base, invece devono occuparsi dei pazienti non Covid, per evitare possibile forme di contagio, o che i due piani di intervento si mescolino. «Non per voler venir meno al compito dei medici territoriali e dell’assistenza dovuta ai pazienti - commenta Antonio Palma, segretario del Cipe Lazio - ma sul territorio ci sono sia i pazienti Covid che i non Covid e nessuno deve essere lasciato solo ma il sistema va organizzato».


I COMPITI
Nella sentenza, pubblicata lo scorso 24 novembre, i giudici della sezione Terza quater presieduti da Riccardo Savoia scrivono: «Le Usca, così come previste dal legislatore nazionale, rappresentano le figure centrali ed esclusive della gestione dei pazienti Covid non ricoverati in ospedale consentendo ai medici di medicina generale e ai pediatri di libera scelta di continuare a lavorare in piena sicurezza, gestendo soltanto i pazienti non Covid, tenendosi lontani dal rischio epidemiologico derivante dalla gestione di pazienti con possibile promiscuità e sovrapposizione di patologie». Ancora: «In particolare, dette Usca - annotano ancora i giudici - assolvono alla funzione di coadiuvare, potenziare e implementare la medicina del territorio facendosi carico della gestione, visite domiciliari incluse, dei pazienti affetti da Covid-19 (ovvero sospetti Covid-19) che non necessitano di ricovero ospedaliero». Non finisce qui perché il Tar annota anche un altro aspetto legato a come la Regione Lazio ha scelto di operare elencando i provvedimenti assunti come l’App “Lazio DoctorCovid” per il monitoraggio dei pazienti positivi domiciliati fino alla nomina del referente Covid per ogni gruppo di medici e pediatri riuniti nelle unità di cura primarie e unità di cure primarie pediatriche. Tutti strumenti leciti che la «Regione Lazio - si legge ancora nella sentenza - ben poteva, in piena legittimità e legalità di provvedimento, istituire, ma avrebbe comunque dovuto dare attuazione alle Usca». Il punto è chiaro: a creare queste unità di assistenza è stato il legislatore nazionale in materia di “Tutela della salute” su cui le Regioni non esercitano alcuna discrezionalità «esercitabile invece in qualche misura» in merito «al modello organizzativo da implementare in concreto». Il problema ad oggi è quello che nel Lazio che pure ha ottenuto i finanziamenti (63 milioni di euro per la formazione) le Usca composte da medici di continuità assistenziali senza mutuati e da specialisti (cardiologi piuttosto che pneumologi) ancora sono pochissime. Esistono le Uscar con le quali la Regione all’inizio della pandemia e grazie alla volontarietà di alcuni medici di famiglia ha potuto controllare il territorio o diversi cluster e focolai divampati dentro case di riposo o Rsa. Quindi alla fine al paziente a casa chi deve pensarci se ha bisogno di una visita medica? «In questo momento nonostante le pronunce del Tar - spiega il presidente dell’Ordine dei medici di Roma, Antonio Magi - il medico o il pediatra perché è un obbligo deontologico occuparsi del malato ma è chiaro che il sistema va corretto alla luce di due sentenze chiare», contro cui comunque la Regione ha presentato ricorso al Consiglio di Stato. Per il segretario della Fimmg Pier Luigi Bartoletti nonché promotore stesso delle Uscar «i medici devono pensare a fare i medici». La partita è ancora aperta.
 

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