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Roma, «Io positiva, mio padre ucciso dal virus e il dubbio atroce di averlo contagiato»

Roma, «Io positiva, mio padre ucciso dal virus e il dubbio atroce di averlo contagiato»
di Laura Bogliolo
4 Minuti di Lettura
Domenica 19 Aprile 2020, 11:11 - Ultimo aggiornamento: 15:47

Non ha potuto dare l’ultimo saluto al suo papà, ha l’atroce dubbio che sia stata lei a contagiarlo e ancora oggi dopo oltre due settimane dalle dimissioni ha gli incubi pensando alle notti trascorse allo Spallanzani. Patrizia Di Bernardo, 56 anni, impiegata di banca, di Ostia, è ancora affaticata, la voce è sottile e usa parole di affetto per i medici che le hanno salvato la vita.

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«Sono stati gentilissimi, mi incoraggiavano molto». Ha scoperto durante il ricovero che suo papà Angelo, 86 anni, non c’era più, sconfitto dal coronavirus. La mamma non l’ha più vista dal 6 marzo e intanto cresceva la preoccupazione: «Due casi positivi in famiglia, un morto e i tamponi ai miei figli sono stati fatti dopo oltre un mese». Dopo tutto è dovuta andare da sola in ospedale Patrizia, accompagnata in auto dalla figlia, «perché la Asl Rm3 continuava a chiamarmi e a farmi sempre le stesse domande inutili, intanto la mia condizione peggiorava, non riuscivo a respirare, ho chiesto mille volte di fare il tampone, ma è stato inutile». E racconta come si entra nell’incubo: «Il 7 marzo avevo febbre, problemi respiratori, ho chiamato i numeri verdi per il coronavirus, mi hanno detto che probabilmente era solo influenza. Dopo una settimana mi ha visitata il medico di base ma l’ossigenazione era buona».

Patrizia non sa come si sia contagiata. Dal 7 marzo nessuno è andato a farle il tampone, Patrizia il 21 sta malissimo, si fa accompagnare dalla figlia al Sant’Eugenio dove intanto è stato ricoverato anche il padre. Nella notte del 23 viene portata allo Spallanzani. E Patrizia chiede: «Perché il mio papà non è stato trasferito?». Le risposte sono vaghe, si parla di livello di gravità. Dovrà attendere più di un’ora nell’ambulanza davanti allo Spallanzani prima di essere portata in reparto: «Faceva freddissimo, avevo solo un lenzuolo, ho chiesto più volte la coperta ma non me l’hanno data...». Patrizia non sa come si sia contagiata: «Sono andata in ospedale varie volte per fare visite di controllo visto che avevo avuto un incidente». Il papà era già assistito con l’ossigeno. «Sono entrati in casa gli operatori per portargli la bombola di ossigeno, forse in quel momento si è contagiato... Papà è stato ricoverato il 19 marzo al Sant’Eugenio, il 27 è morto da solo, la dottoressa ci ha detto che lo ha abbracciato per noi».

Il 23 marzo iniziano i 15 giorni di lotta contro il coronavirus, la maschera con l’ossigeno, la paura di peggiorare e di dover indossare il casco: «Così non avrei più potuto sentire la voce della mia famiglia al cellulare». Scopre che il papà è morto. «Ero sola in ospedale, è stato terribile». Intanto la beffa: «La Asl Rm3 continuava a chiamarmi, ho comunicato che ero allo Spallanzani e che la mia famiglia era in pericolo, dovevano fare subito il tampone». Il marito e i suoi due figli di 21 e 18 anni lo hanno fatto soltanto a Pasqua. «Mia madre, 83 anni, non è stata ancora sottoposta al test. Il 4 aprile Patrizia viene dimessa, è guarita. «Ma ho paura di contagiarmi di nuovo».

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