CORONAVIRUS

Coronavirus Roma, «Giustizia, si riparte a maggio», il piano del presidente del tribunale. E i penalisti: detenuti allo stremo

Martedì 31 Marzo 2020 di Giuseppe Scarpa

Immagina tre step per riaccendere i motori della giustizia nella Capitale, il presidente del tribunale di Roma, Francesco Monastero. Perchè ad oggi l’attività è paralizzata. Il coronavirus, ovviamente, ha bloccato il lavoro dei giudici, degli avvocati, dei cancellieri e delle forze dell’ordine. L’eccezione riguarda solo processi indifferibili. Al penale, ad esempio, sifanno solo le direttissime dove vengono giudicate le persone arrestate in flagranza. E al civile si tiene udienza per i ricorsi dei richiedenti asilo. ll presidente della camera penale di Roma, Cesare Placanica, ha posto il problema. «Quando ripartirà la macchina?». Una situazione chiara a Monastero che sta studiando un piano per riavviare tutto. Il presidente del tribunale lo comunicherà la settimana prossima. Un progetto, tuttavia, che è suscettibile di modifiche in relazione alle variabili collegate all’emergenza Covid-19.

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Prima di tutto occorrerà un rodaggio. Quindici giorni di tempo in cui i tribunali aumenteranno lievemente il personale amministrativo, cancellieri e segretarie. Il primo step riguarda il periodo che va dal 16 aprile al 30 aprile. In queste due settimane l’attività non cambierà di molto rispetto alla condizione attuale. Ad oggi, degli 800 dipendenti amministrativi, in sede ne lavorano 250. L’obiettivo è iniziare ad accrescere questa presenza. Sarà il secondo step a dare un primo cambio di marcia: dai primi di maggio si inizierà a calendarizzare delle udienze. Un iniziale leggero carico di lavoro. Cercando di far confluire meno persone possibili nei palazzi di giustizia. Si andrà avanti con questo schema fino ai primi di giugno. Infine il terzo step prevede la ripresa delle attività dei tribunali vicina al 50%. In pratica un massimo di 3-4 udienze per sezione, di solito sono 10 con picchi anche di 20. In modo tale da non intasare le aule, come accade di solito quando ci sono troppe persone che le gremiscono tra legali, imputati e personale amministrativo. A settembre si spera che i tribunali potranno ritornare a regime. Un piano che lo stesso Monastero condividerà con l’autorità sanitaria regionale, il presidente dell’Ordine degli avvocati e della Corte d’Appello.

Ma oltre all’attività dei tribunali esiste anche un altro grande problema collegato alla giustizia: «Con l’emergenza dovuta al coronavirus la situazione in carcere diventerà esplosiva». Ha pochi dubbi, a riguardo, Cesare Placanica. «Le tensioni sono alte, e se ne sono accorti sia il Capo dello Stato che il Papa». I numeri nella Capitale danno ragione al presidente della camera penale di Roma. Nei due penitenziari romani la condizione è delicata. Regina Coeli ospita 1000 detenuti, ma la sua capienza dovrebbe essere al massimo di 600 unità. Condizione perfino peggiore per Rebibbia nuovo complesso, qui non si dovrebbero superare le 1000 unità, oggi sono stipate 1600 persone. Ai tempi del Covid-19 il sovraffollamento diventa, perciò, un problema ulteriore. Non si tratta più solo di scontare una pena in modo giusto, adesso anche una questione sanitaria. In pratica, se dovesse diffondersi il coronavirus nei penitenziari della Capitale, bisognerebbe mettere un detenuto per cella per poter fare la quarantena. «Dati i numeri né a Regina Coeli né a Rebibbia questo sarebbe possibile», denuncia il garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia. E allora uno dei modi per ridurre la pressione sarebbe quello di spedire ai domiciliari tutti i detenuti che sono a fine pena. Ma l’intero meccanismo sembra essere inceppato, attacca Placanica: «Se proponi una riforma secondo la quale sotto una certa pena il detenuto va ai domiciliari col braccialetto elettronico, e tutti sanno che non c’è disponibilità di braccialetti elettronici, allora già sai che è una riforma irrealizzabile e che si tratta di una proposta ipocrita».

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