CORONAVIRUS

Coronavirus Roma, il poliziotto di Pomezia guarito: «È stato un incubo, soffrivo di allucinazioni: vedevo la gente morire»

Martedì 14 Aprile 2020 di Alessia Marani

Per i medici dello Spallanzani che lo hanno curato per quasi due mesi è come se lui, il poliziotto 52enne del commissariato Spinaceto, tra i primi ad ammalarsi di Covid-19 a Roma, sia davvero risorto in questa Pasqua, perché il sovrintendente, la cui famiglia vive sul litorale di Pomezia, sembrava non rispondere alla terapia e le sue condizioni volgere al peggio. Invece l'uomo, intubato nella Terapia intensiva dell'istituto per le malattie infettive, nel profondo sonno del coma indotto, ha lottato come un leone e ieri i sanitari hanno potuto finalmente annunciarne la guarigione clinica. Ma lui ha vissuto l'inferno. «Ero su un elicottero che mi portava a combattere al fronte, sono stato lasciato nelle trincee del deserto, forse in Iraq o chissà dove. Vedevo la gente morire, morivano i miei compagni e i morti continuavano a parlarmi e a tormentarmi», racconta l'uomo al telefono alla moglie Paola.

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L'AMERICA
I due ormai si sentono ogni giorno dopo settimane di interminabili silenzi, in cui dello stato del marito, la moglie veniva informata solo dall'ospedale. I due figli, la più grande di 19 anni, il più piccolo di 17, stanno bene, si sono negativizzati da tempo. Ma al risveglio, quando piano piano il poliziotto ha ripreso conoscenza, ha temuto addirittura di averli perduti: «Dove siete, perché siete andati tutti in America e mi avete lasciato solo?». La prima domanda. «È incredibile la sofferenza fisica e mentale che deve avere patito mio marito - spiega la donna, casalinga di 52 anni - All'inizio non ricordava nemmeno chi fosse, diceva ai medici di chiamarsi Michelangelo Buonarroti, ma era uno stato confusionale compatibile con il post-intubazione. Solo quando mio marito ha recuperato il suo cellulare che era finito per sbaglio tra gli oggetti di un paziente deceduto riconsegnati ai familiari, è tornato in sé. Quello strumento lo ha rimesso in contatto con il mondo, ha ricordato subito il pin, mi ha telefonato, però era convinto che fossimo scappati in America... Figuriamoci, noi che siamo tutti in quarantena a casa... Adesso videochiama i figli in continuazione, si sente anche con qualche collega. Ha ancora l'affanno, è indebolito ma sta bene».

LA RIFLESSIONE
La storia del sovrintendente è emblematica dell'aggressività della nuova malattia, di quanto sia duro da sconfiggere il virus quando si attacca ai polmoni e di quanto sia lungo e lento il percorso della guarigione a cui, ora, dovrà seguire anche un periodo di riabilitazione. «Mio marito non cammina ancora - dice Paola - si sta valutando il suo trasferimento alla Fondazione Santa Lucia. Io credo che sia stato miracolato, non faccio che pensare al fatto che la nostra famiglia, nonostante tutto, adesso abbia di che gioire mentre ci sono tante altre persone che ancora soffrono. Questa esperienza ci dona una nuova opportunità di vita. Lui stesso mi ha detto ora ho capito tante cose, comincio una nuova vita». L'incubo del poliziotto era cominciato all'inizio di febbraio, poi l'aggravarsi della malattia, la corsa al pronto soccorso di Tor Vergata dove aveva passato la notte tra il 26 e il 27 febbraio prima di essere dimesso; quindi di nuovo la corsa al Gemelli e di lì il ricovero il giorno successivo allo Spallanzani. Non aveva patologie pregresse, nemmeno un'influenza negli ultimi anni. Quando è stato intubato aveva la febbre molto alta, la sua testa ha iniziato a vagare nel sonno clinico. «Non si è addormentato tranquillo, non ha visto la luce che molte persone che sono state in coma dicono di avere visto, lui ha combattuto contro questo male sconosciuto, ha sofferto». Ha espresso un desiderio: «Appena esco di qui, non so come farò, ma dovrò trovare il modo di sdebitarmi con questi medici e questi infermieri che mi hanno salvato, voglio fare qualcosa di grande per loro».

Ultimo aggiornamento: 15:03 © RIPRODUZIONE RISERVATA