CORONAVIRUS

Coronavirus, moschee chiuse, preghiere a casa, social e app per videochiamate così parte il Ramadan 2.0

Venerdì 24 Aprile 2020 di Elena Panarella
L'ingresso della Grande Moschea di Roma

Un ramadan senza iftar, la cena delle famiglie allargate che segna la fine del digiuno, e senza la preghiera collettiva in moschea al tramonto, la tarawih. Decine di milioni di musulmani in tutti gli angoli del pianeta dovranno fare i conti con le misure restrittive imposte dalle autorità dei vari Paesi per limitare il più possibile il diffondersi del coronavirus. Tra quarantene e isolamento sociale in tutto il mondo sarà un Ramadan eccezionale: non si potrà andare in moschea, la preghiera si farà a casa. L’epidemia, infatti, ha costretto le autorità religiose a rivedere tradizioni e riti alla luce delle misure di distanziamento e di gestione del contagio imposte dai governi. Anche a Roma dunque, così come in tutta Italia, le moschee durante il mese sacro resteranno chiuse. Ma non per questo non si continuerà a dare sostegno a chi ne ha più bisogno con pacchi alimentari e aiuti economici.

«Sarà un ramadan molto diverso dagli altri, un ramadan ai tempi del coronavirus che ci ha bloccati, e ci ha costretti a non poter compiere alcuni riti del nostro credo. Ma possiamo pregare in casa, questo si può, come anche il digiuno chi può farlo perché in buona salute lo rispetta come sempre, chi invece è malato è esentato», spiega Sami Salem, Imam della Moschea della Magliaia, il popolare quartiere alla periferia Sud Ovest di Roma.
«Vengono rispettate le restrizioni sugli assembramenti quindi non ci si reca alla moschea che invece normalmente si riempie di centinaia di fedeli per la preghiera della sera, per la cena ma adesso in questo momento non è possibile, - continua Sami Salem - dobbiamo rispettare le regole per il bene della comunità, per il bene di tutti. Quindi si prega in casa, è un momento particolare e si deve fare così. Io tengo alcune lezioni via Facebook e allo stesso modo cerco di mantenere i contatti con la comunità. Ma non le preghiere».

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Per questo mese 1,8 miliardi di fedeli, quasi un quarto dell’intera umanità, sono chiamati ad astenersi dal bere e dal mangiare dal sorgere del sole fino al tramonto in rispetto di uno dei cinque pilastri dell’Islam. Ma con le moschee chiuse e le misure di isolamento sociale i momenti di convivialità saranno ridotti alle mura domestiche e lo spirito della celebrazione dovrà lasciare il posto a nuove forme di devozione. Ecco così che social network e app per videochiamate di gruppo trasformano il momento in una sorta di Ramadan 2.0. Un modo per accorciare le distanze e condividere in maniera diversa un evento così importante per tutti i fedeli. Anche se lo strumento digitale, rimane sempre virtuale e non può certamente rimpiazzare lo spirito conviviale e di festa, l’ascolto dei sermoni tramite piattaforme, e la preparazione dei pasti alla rottura del digiuno con le ricette di YouTube, quest’anno sarà la norma.

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«E’ un momento difficile, non solo per le restrizioni dovute al virus e ai contagi, ma perché ci sono molte famiglie nella nostra comunità in grande difficoltà - conclude Sami Salem - c’è chi ha perso il lavoro, e cerca aiuto e per questo abbiamo preparato dei pacchi famiglia con beni di prima necessità da consegnare proprio a chi è in difficoltà. Questo è il momento di aiutare chi ha bisogno, è il momento di pregare, pregare con più intensità perché tutto finisca presto e con meno sofferenza possibile».

Anche la Grande Moschea di Roma, la più grande d’Italia e punto di riferimento per migliaia di fedeli, resterà chiusa. «Stessi principi, stesse regole. La novità è che invece di andare in moschea si pregherà da casa», dice Abdellah Redouane, segretario generale del Centro islamico culturale di Italia che gestisce la Grande Moschea. Ed è proprio qui, fuori il grosso cancello, lungo il viale della moschea che ogni anno durante il Ramadan era possibile trovare un piccolo pezzetto di mondo: Egitto, Tusnisa, Marocco... Si poteva trovare di tutto: dolci, piatti tipici, musica e testi del Corano. Mancherà anche tutto questo. Era possibile comprare persino, le piccole lanterne, coloratissime e in diverse forme, i “fanoù”, difficili da trovare a Roma. La tradizione, solo egiziana, racconta che per vedere il primo sottile spicchio di luna nuova, della fine del mese del digiuno, i bambini si armassero di lanterne per raggiungere nell’oscurità il posto più adatto all’osservazione. E le piccole o grandi lanterne di metallo e vetri riciclati, illuminate da una candela, divennero negli anni un gioco, a cui nessun bambino avrebbe rinunciato. Lo è anche oggi, ma sono di plastica e vanno a batteria, quest’anno però sarà difficile trovarle nella città Eterna.

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«A me piaceva tanto da bambina, tutta la famiglia si riuniva per l’Iftar (il pasto al tramonto), la tavola era imbandita con tutto il desiderabile, ma i dolci erano la cosa più importante», racconta Sara, 25 anni, di origine egiziana. «Quest’anno sarà tutto diverso - aggiunge - sappiamo che è giusto per una questione di sicurezza visto il momento che stiamo vivendo, ma non poter andare in moschea dispiace. I cristiani lo hanno vissuto in questo periodo di Pasqua, anche le mie amiche mi hanno detto che è stato brutto non poter andare in chiesa. Non potremo festeggiare con parenti e amici. Ma si prepareranno ugualmente le cose di sempre». Non potranno mancare: il “konafà” una dolce con zucchero, uvetta e diversi tipi di noci o nocciole, o il “qatayef”, una sorta di ciambella e poi ancora, i datteri, rossi, neri, gialli, ripieni o semplici, e tanta frutta secca. «Sarà diverso, ma avremo più forza proprio per superare questo periodo».

Ultimo aggiornamento: 16:54 © RIPRODUZIONE RISERVATA