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Coronavirus, nel Lazio già riconvertite nove aziende: producono mascherine di categoria 3

E l'acquavite diventa igienizzante
di Camilla Mozzetti
3 Minuti di Lettura
Venerdì 3 Aprile 2020, 09:54

Coronavirus Per ora ci sono solo le stime che non sono rassicuranti: alla fine dell'emergenza Covid-19 un'impresa su tre nel Lazio sarà costretta a rivedere l'organico e il rischio, soprattutto per le aziende a conduzione familiare, è dover arrivare a sospendere ogni tipo di attività. Ma il comparto imprenditoriale della Regione in questi giorni di pandemia non si è arreso. Basta vedere il numero di realtà che hanno riconvertito parte della loro produzione iniziando a realizzare, ad esempio, mascherine di categoria 3 in attesa che l'Istituto superiore di Sanità dia loro il via libera per produrre anche quelle destinate al comparto ospedaliero.

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Da Frosinone a Viterbo, passando per Capena, Pomezia, arrivando infine a coprire il distretto industriale di Latina. Sono almeno nove le realtà produttive della Regione (tra cui la Wurth, la Genertec farmaceutici, la Miroglio, la Bc Boncar la Binet), che in queste settimane hanno riorganizzato i laboratori o si sono messe al servizio di altre imprese, magari estere, fungendo da distributori soprattutto per garantire l'approvvigionamento dei dispositivi di protezione. Qualche esempio? L'azienda Errebian di Pomezia, specializzata in imballaggi, prodotti per l'ufficio e arredi, ha iniziato ad acquistare anche da imprese estere solo prodotti specifici, come appunto i dispositivi di protezione. «La quantità delle richieste è incredibile spiega Luca Masciola, direttore generale e abbiamo notato ovviamente un rincaro notevole sui prezzi. Le mascherine le acquistavamo anche a ottobre, ma da allora i prezzi sono decuplicati».

La richiesta di mascherine chirurgiche avanzata all'azienda da più soggetti fino a pochi giorni fa era arrivata a 306 mila di cui 45 mila ordinate da realtà del Lazio. A Valentano, nel viterbese, la DiMar Srl, leader nella produzione di borse di lusso, ha iniziato a produrre dispositivi di protezione avviando anche una ricerca con l'università della Tuscia per l'impiego di materiali simili al Tnt Tessuto-non-tessuto al fine di servire anche ospedali e studi medici. «Abbiamo immaginato che ci potesse essere bisogno di dare una mano e rendersi utili spiega l'ad Fabio Martinelli e quindi abbiamo iniziato a produrre le mascherine di categoria 3 che non sono presidi medico-chirurgici avviando una ricerca per servire poi anche gli ospedali». L'azienda da una produzione settimanale di 8.700 mascherine è passata a crearne 3 mila al giorno e «già dalla prossima settimana arriveremo conclude Martinelli a produrne 5 mila in 24 ore».

Tutto il materiale finora è stato donato gratuitamente ai comuni del viterbese, alle forze dell'ordine e alla Protezione civile. Non finisce qui. Ad Anagni l'azienda Bonollo, da oltre sessanta anni sul mercato della produzione di acquaviti nobili e grappa, ha devoluto i propri alcoli ad aziende che si occupano di denaturarli e trasformarli poi in prodotti igienizzanti e utili alla sanificazione. «Finora abbiamo destinato almeno 200 mila litri di alcoli ad altre realtà che li lavorano spiega Mariacarla Bonollo, responsabile relazioni esterne e che servono poi per l'intero Paese: per esempio, abbiamo fornito le farmacie dell'esercito». Impegnata anch'essa nella produzione di mascherine, l'azienda Klopman di Frosinone leader in Europa per la produzione di tessuti speciali come quelli per gli abbigliamenti protettivi. A partire dai camici per i medici ospedalieri. Ora l'azienda ha iniziato a creare anche mascherine. «Questi dispositivi non rientravano nella nostra produzione spiega l'ad Alfonso Marra - per ora realizziamo quelle di categoria 3 ma stiamo portando avanti delle ricerche, che possano sopperire all'assenza del tessuto-non-tessuto in larga parte importato su scala nazionale».

Perché il problema è proprio questo: «Trovare un materiale che venga poi certificato dall'Istituto superiore di Sanità per approvvigionare gli ospedali e le realtà sanitarie - aggiunge Gerardo Iamunno, presidente del Comitato piccola industria di Unindustria c'è una chiamata alle armi e le aziende si sono messe a disposizione, lasciando emergere quell'osmosi con il territorio ma il problema restano le certificazioni sui dispositivi». La Regione Lazio dal canto suo, fin dall'inizio dell'emergenza, ha sostenuto le aziende «Dando spiegazioni commenta l'assessore allo Sviluppo economico Paolo Orneli sulle procedure da seguire». Finora l'Istituto superiore di Sanità ha approvato la produzione di dispositivi di protezioni anche in ambito sanitario per circa 80 realtà imprenditoriali in tutto il Paese.

 

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